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“Il piacere dell’onestà” #Vistipervoi da Alessandro Paesano

di Alessandro Paesano #Vistipervoi twitter@gaiaitaliacom #Teatro

 

 

“Il piacere dell’onestà”  mantiene intatta la sua dirompente critica alle convenzioni borghesi, anche 100 anni dopo la sua stesura (aprile-maggio 1917) al di là delle letture di superficie che potrebbero volere la commedia “datata”.

Commisurata alle varie compagini familiari odierne il dramma della famiglia borghese di Agata Renni  può sembrare lontano e vieppiù poco credibile il meccanismo narrativo che impone alla giovane donna, incinta senza di essere sposata, di cercare in un matrimonio di facciata (con Angelo Baldovino, un nobile decaduto)  un po’ della rispettabilità altrimenti compromessa.

Ma sarebbe davvero poca cosa ridurre la trama di questa commedia a una questione di apparenze borghesi. Non perché queste apparenze non siano importanti: ancora negli anni 60 del secolo scorso la cantante Mina veniva allontanata dalla tv di Stato perché aveva pubblicamente dichiarato di aspettare un figlio da Corrado Pani, senza esserne la moglie.

Quel che fece scandalo non fu la gravidanza di Mina fuori dal matrimonio ma il fatto che la cantante, invece di nascondere la sua condizione esecrabile, indisse una conferenza stampa senza vergognarsene.

La mancanza di vergogna per aver violato una norma etica borghese è uno dei sentimenti chiave per entrare in un testo apparentemente semplice e in realtà complesso nel quale il non detto assume le dimensioni, quasi, di un personaggio.

E’ proprio la vergogna che Angelo, il vero “ma finto” marito di Agata, prova per il suo passato di giocatore d’azzardo, che Agata apprezza, e sulla quale misura la caratura morale dell’uomo confrontandola a quella propria e del vero padre del bambino (il marchese Fabio Colli, artefice del matrimonio organizzato).

La coerenza che Baldovino pretende con maniacale rigore da sua moglie, cioè dall’amante del marchese, non si basa sulle apparenze (piccolo) borghesi che, pure, lo hanno portato a assumersi il ruolo di marito e di padre di un figlio non suo. Baldovino cerca il rigore etico che si trova al di là delle convenienze borghesi. Per lui si tratta di prestarsi al ruolo di marito con assoluto rigore e serietà. Per Usa moglie e l’amante di lei si tratta di essere coerenti ai propri sentimenti.

Se un uomo ama una donna anche se, essendo sposato con un’altra, non potrebbe, può farlo, se quel sentimento è coerente e sentito, se, al di là del dover essere, si vuole davvero essere.
Ma Angelo sa bene che per il marchese Agata è solamente una proprietà: pur di riavere la sua amante (che da quando si è sposata non ha più rapporti con lui), è disposto ad allontanare Baldovino con una accusa di furto, mettendo a repentaglio la rispettabilità della donna e del figlio (che poi sarebbe il suo).

Pirandello sa bene che le convenzioni borghesi che possono essere dei lacci per le anime grandi sono facili strumento di potere usate, con moralità opposta, tanto da Baldovino, che cerca un riscatto personale alle colpe che lui riconosce per primo di aver commesso, e dal marchese che vuole tenersi l’amante.

La coerenza che Baldovino cerca nel persone va ala sostanza e non alla apparenza delle relazioni umane, un pensiero profondo già per il pubblico contemporaneo a Pirandello figuriamoci per quello distratto e superficiale di oggi che va a teatro per essere intrattenuto e non per pensare (vi risparmiamo i commenti che abbiamo avuto la sfortuna di ascoltare da un paio di coppie borghesi e avanti d’età che liquidavano Pirandello come autore noioso…)

Per arrivare al cuore del dramma pirandelliano, pur se messo dentro una commedia, Liliana Cavani, asciuga alcuni momenti comici del testo (come la reazione insistita del marchese e della madre di agata alla decisione di Baldovino di chiamare il bambino Sigismondo); via anche le domande di Baldovino al suo amico Maurizio, complice dell’inganno per indurlo a rare una somma ingente di danaro.

Pochi tagli che contribuiscono a una regia impeccabile, di rigore, tutta protesa alla restituzione del teatro di parola pirandelliano, in una messinscena che lega i tre atti tra loro  con dei cambi di scena “a vista”, dove attori e attrici spostano sedie e divani degli interni borghesi, in cui prende luogo la commedia.

Se alcuni personaggi secondari vengono tagliati (rinunciando alla splendida chiusura del secondo atto) è solo per motivi di organico: tenere 5 fra attori e attrici in organico per dei personaggi che compaiono a fine atto e non hanno nemmeno una battuta, aveva senso ai tempi delle compagnie teatrali  non più in quello delle produzioni contemporanee.

Altro piccolo aggiustamento l’età dei protagonisti tutti più vecchi di un decennio, d’altronde  già da un po’ che i quarantenni di allora oggi sono diventati cinquantenni…

Cavani anche se si affranca dalle note di regia che Pirandello mette maniacalmente (per la loro precisone) nelle didascalie (in un tempo in cui il teatro era di chi scriveva il testo e non certo di chi firmava la regia, considerato “crocianamente” una mansione tecnica) rispetta il testo con una umiltà e una intelligenza rare in tutte le messinscena contemporanee di testi storici, soprattutto quelle di Pirandello, dove ogni regista (minore la caratura maggiore è l’ego che sostiene l’ardire)  si sente investito, o investita, dell’incarico di rimodernare Pirandello.

Ecco, non Cavani, che porta in scena il testo con una regia di servizio splendida ed emozionante.

Geppy Gleijeses nel ruolo di Angelo Baldovino, gigioneggia quel tanto che richiede il suo personaggio, al quale infonde una umanità generosa e dirompente. Vanessa Gravina, nel ruolo di Agata Renni,  sa convincere sa quando fa la borghese capricciosa che malvede la soluzione di facciata architettata dal suo amante e da sua madre sia quando trovata una nuova statura morale sa zittire l’uno e l’altra e affrontare il marito di nome e, da quel momento in poi, anche di fatto. Brava anche Tatiana Winteler che, per farsi personaggio,  assume i modi e le fatture dell’attrice di compagnia di allora. Lo stesso vale per Maximilian Nisi, Giancarlo Condè e Brunella De Feudis.

Alla fine dello spettacolo, la sera della prima, il pubblico in visibilio, mosso da un entusiasmo spontaneo e sincero, acclama attori e attrici con dei bravo e  brava urlati con entusiasmo, che commuovono anche Cavani, uscita sul palco a prendersi la sua parte di applausi meritatissimi.

Si esce dal teatro Quirino riconoscenti anche di aver fatto parte del pubico di uno spettacolo ineccepibile la cui programmazione, una volta tanto, ha il respiro di quelle di una volta, “Il piacere dell’onestà” starà in scena fino al 23 del mese.

Uno spettacolo da vedere e rivedere perché Pirandello va visto sempre, specialmente quando è così ben allestito.

 





 

(5 aprile 2018)

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