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“Alfa” #Vistipervoi da Alessandro Paesano, o di blande critiche ironiche

di Alessandro Paesano  twitter@Ale_Paesano

 

 

 

Prosegue “Il Teatro che Danza” la rassegna di danza del Teatro di Roma che l’11 luglio ha visto andare in scena al teatro India “Alfa appunti sulla questione maschile” di e con Roberto Castello (due premi Ubu, un passato con Sosta Palimizi) realizzato con la compagnia ALDES, collettivo artistico da lui diretto dal 1993, spettacolo che ha debuttato nel dicembre 2016 allo SPE di Lucca.

La scena che il pubblico può scrutare mentre prende posto in sala, rievoca i sobborghi degradati di una metropoli, con delle mura sulle quali campeggiano scritte che inneggiano alla supremazia razziale, o fanno riferimento a pratiche sessuali.

Quando lo spettacolo inizia MARIANO NIEDDU, vestito con una tuta larga da rapper, impronta una danza nervosa, fatta di pose ginniche con le quali dà enfasi al suo discorso col quale constata che la sua posizione di “bianco, etero, cattolico, con figli sani e pochi problemi economici” lo pone in uno status di privilegio mettendolo al riparo da ogni discriminazione che tutte le altre persone si trovano a subire anche quando non sono una sola delle cose dell’elenco.
Dietro di lui, con un sincrono perfetto, ALESSANDRA MORETTI doppia i suoi movimenti, slittando ogni tanto in dei contromovimenti che creano un effetto comico di commento.

Nieddu continua a parlare considerando come il suo essere perfettamente dentro lo standard sia qualcosa di talmente innaturale che deve aver appreso a sembrare qualcosa di diverso da me stesso in modo talmente convincente, da non accorgermene praticamente più neppure io.

E mentre inizia elencare una serie di aggettivi che – il tipo di uomo che rappresenta – deve incarnare pienamente, viene interrotto da Roberto Castello che, dopo aver dato una definizione sommaria di cosa sia l’Alfa (senza maschio), il cui scopo precipuo è l’inseminazione della donna per la propagazione della specie, inizia una performance sonoro-canora che coinvolge oltre ai detti anche ILENIA ROMANO e FRANCESCA ZACCARIA.



La lunga, composita e articolata performance è eseguita con una precisione sorprendente tutta da gustare, che vede il gruppo eseguire una musica costruita su sillabe o parole con le quali comporre ritmo e armonia mentre una serie di movimenti scenici (più che coreografici) sostengono l’esecuzione.

In questo universo sonoro vengono definiti i caratteri dei personaggi-interpreti che sono tutti dentro un alveo eteronormato che non mette mai in discussione il patriarcato, presentandolo come un costrutto dato e subìto, più dagli uomini, che devono sopportarne il peso, che dalle donne, che quel peso, sembra dirci Castello, sanno agirlo bene.

Come nel caso del personaggio interpretato da Francesca Zaccaria, che, in un quadro, si dà con grande generosità a un monologo recitato con indosso solamente una vestaglia di raso che, aperta sul davanti, la mostra nuda.

Nel monologo, dopo aver constatato la banalità di mostrare una donna nuda in uno spettacolo dedicato al maschio alfa si apre a una dissertazione sull’eccitazione del maschio, anche in sala, e della propria eccitazione nel sapersi oggetto di eccitazione. Mentre esegue il monologo si trucca, accentuando così, dice, l’effetto di desiderabilità.

Una desiderabilità sulla quale, in un altro quadro, ritornano a ragionare i tre personaggi femminili, che si producono anche, in altri quadri ancora, in triti consigli sul bon ton maschile, oppure in divertenti ma irritanti reazioni disperate (con tanto di urla che agghiacciano invece di far ridere) di un personaggio femminile (la moglie dell’autore, nemmeno l’autonomia esistenziale di essere una persona libera e per se stessa…) che, per dei problemi di infiltrazione a un ginocchio, forse deve rinunciare alla danza per sempre.

Se lo spettacolo si presenta come una riflessione sul potere e sull’educazione, manca alla drammaturgia la capacità di uscire dal discorso sessista e patriarcale limitandosi a una blanda critica ironica il cui effetto principale sembra essere quello di consolare i maschi e le femmine che devono comunque muoversi dentro questo alveo del quale nulla si dice se non che è imposto dall’esterno…

L’io narrante dello spettacolo nel momento in cui si dichiara etero, bianco, benestante e padre di figli sani pur dichiarando la innaturalezza di tale condizione e riconoscendo il privilegio che ne deriva, piuttosto che sottrarsi a quel corpus valoriale si limita a elencare con ironia la fatica che costa accedervi senza allargare l’orizzonte delle possibilità che non vengono così nemmeno prese in considerazione.




Che “Alfa” appunti sulla questione maschile spiazza perché alla esecuzione perfetta e impeccabile non corrisponde una equivalente precisione nel discorso affrontato che rimane alla superficie delle cose illuminate da una ironia blanda tramite la quale gli uomini, e dunque il patriarcato di cui sono gli unici beneficiari, sono descritti come poveri diavoli, che si barcamenano tra enormi aspettative che la società e le donne hanno su di loro, affrancati così da qualunque responsabilità e dipinti come vittime dove la supremazia dialettica femminile viene mostrata anche come sopraffazione fisica in diverse scene di lotta coreografata dove la donna atterra sempre l’uomo, secondo la stessa ottica che l’uomo porta i pantaloni ma in casa comanda la donna, in una serie di ruoli che la drammaturgia si guarda bene dal mettere in discussione, al limite capovolgendone il senso. E nel momento in cui ne accetta lo status quo ne conferma inevitabilmente anche la legittimità.

Non pretendiamo certo che Castello affronti sulla scena gli studi di genere che tanti contributi hanno dato l’argomento ma la danza può essere strumento di messa in discussione di tanti canoni di genere e sessisti.

In Alfa però i movimenti scenici sono sempre al servizio della parola, di un logos maschile e padrone che irrita per la pervicacia con cui ci ripresenta considerazioni e punti di vista (come quello del maschio divorziato, allontanato dalla propria casa, che, se fosse in Texas non stupisce comprerebbe un bazooka) secondo una retorica maschista dalla quale ormai anche tanti maschi etero e bianchi si sono smarcati.

 

 

(14 luglio 2017)

 

 

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