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“Due” al Teatro dell’Orologio di Roma #Vistipervoi Stefano Cangiano c’era

Teatro dell'Orologio - L'imbrogliettodi Stefano Cangiano   twitter@stefanocangiano

 

 

 

 

 

 

 

 

Cominciamo dalla fine.
Dopo aver visto Due, in scena al Teatro dell’Orologio fino al 29 maggio, si sperimenta come un senso di liberazione, di leggerezza ritrovata, quella soddisfazione che chi frequenta i teatri insegue ostinatamente. Questo perché Due è uno spettacolo che pensa al teatro come al dispiegamento di una serie infinite di possibilità e non come un banco di prova dove accreditarsi come esseri teatrali in presenza di un ideale tribunale giudicante.

Con Due si ha l’impressione, che presto diventa convinzione, che chi scrive, recita e mette in scena, lo stia facendo per il gusto di fare teatro, di ricorrere al linguaggio dell’arte performativa e che lo faccia senza dover e voler dare conto a nessuno. Un teatro libero nel suo realizzarsi.

Il presupposto che è alla base di Due è l’incontro tra due compagnie, la Habitas di Livia Antonelli e Niccolò Matcovich, che firma la drammaturgia delle due parti che compongono lo spettacolo (L’imbroglietto e O mi ami o ti odio) ed Esercitazioni Invisibili, gruppo teatrale composto da Federico Cianciaruso, Cristiano Di Nicola e Simone Giustinelli, il protagonista della seconda metà di Due.

Due spettacoli in uno dunque, con in apertura lo “spudorato omaggio a Karl Valentin e Liesl Karlstadt” e successivamente il monologo a tinte fosche su una coppia che scoppia.

Due idee di teatro quasi antinomiche che si avvicendano però con armonia, con un passaggio naturale dallo spirito tedesco del Kabarett all’intimità denudata e deflagrante del monologo che prende corpo nella seconda parte dello spettacolo.

Karl e Stadt, i protagonisti de L’imbroglietto, appartengono a quella schiera di personaggi che verrebbe voglia di seguire oltre i limiti dello spazio teatrale, facendosi parte dell’immaginazione che li ha creati o desiderando che si materializzino per diventare parte della nostra quotidianità. Il loro vernacolo tutto inventato rimane nella memoria e non fa che rafforzare l’effetto comico e poeticamente grottesco della loro vicenda umana: vogliono entrare in un teatro e per farlo dovranno superare l’insensibilità di una burocrazia giunta ai massimi della tecnologizzazione.

In O mi ami o ti odio lo spazio è tutto occupato da una dinamica sentimentale complessa e comune, solitamente condannata al silenzio. Le esigenze taciute della coppia diventano centrali e determinano il picco e l’abisso dello stare insieme, evocati dal bravissimo Giustinelli.

In Due c’è capacità attoriale, sperimentazione, immaginazione liberata e genuinità. Tutti validi motivi per vedere questo spettacolo e continuare a seguire questa nuova idea di teatro, basata sull’incontro e la complicità.

 

 

 

 

 

 

 

(28 maggio 2016)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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