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Tradire Shakespeare (e farlo bene) o di Ubu #Vistipervoi Alessandro Paesano c’era

Tradire Shakespeare 00di Alessandro Paesano  twitter@Ale_Paesano

 

 

 

 

 

 

 

 

Abbiamo avuto la fortuna di vedere Ubu la riduzione proposta da Lorenzo Collalti per il suo saggio di regia del III anno all’accademia d’arte Drammatica Silvio d’Amico di Roma, in occasione della rassegna Tradire Shakesperare, a cura di Arturo Cirillo, con il patrocinio dell’ambasciata Britannica di Roma.
L’accostamento di Shakespeare all’Ubu di Jarry sta nell’evidente parodia dei materiali shakespeariani compiuta dall’inventore della patafisica e tutta la messinscena di Collalti si attesta su questa linea interpretativa.

Collalti approccia un testo difficile per la varietà di ambientazioni e di personaggi, oltre che per la verve unica di Jarry, e raggiunge un risultato convincente e, soprattutto, piacevole da vedere.

 

Il pubblico entra in sala mentre gli e le interpreti sono già variamente disposti e disposte su una impalcatura mobile che, assieme a una scala, costituisce l’unica scenografia di una scena altrimenti nuda.

Gli e le interpreti si distinguono per dei costumi a metà tra il ludo circense e la commedia dell’arte a partire dai quali interpretano i numerosi personaggi del testo.
Il gruppo di interpreti della famiglia regale veste invece panni primo novecenteschi.
Undici interpreti per oltre trenta personaggi per cui lo scarto tra apparenza e ruolo degli attori e delle attrici è la prima cifra stilistica di una messinscena garbata e intelligente che Collalti arricchisce con tutta una serie di elementi teatrali da manuale (come i teli alzati ad occultare interpreti che emergono come spuntando dal nulla nella macrosequenza della guerra tra Ubu e lo Zar) coi quali cerca di restituire l’estravaganza di Ubu verso un pubblico poco avvezzo a quelle dinamiche narrative.

Re Venceslao è presentato come un capo cosca mafiosa con annessi moglie (interpretata magistralmente da Eletta del Castillo), figlio e picciotti (tra i quali il versatile Giorgio Sales), una rilettura pertinente ed efficace anche se Collalti insiste un po’ troppo nella caratterizzazione dialettale rischiando di occultare i personaggi originali dietro la maschera mafiosa.

La scelta è però in linea sia con la lettura generale che Collalti fa di Jarry, declinandola con la sensibilità della commedia dell’arte, sia con il sottotesto che percorre la sua regia che strizza l’occhio a chi è chiamato a giudicarla come saggio di fine anno: ecco che allora il gioco si capovolge e le citazioni di alcuni dei più squisiti topoi del teatro italiano diventano affini allo spirito originale del testo nel loro essere sfacciate provocazioni.

Moltissimi gli esempi riusciti: l’acclamazione del popolo a Re Ubu che sfiora il bravo-grazie petroliniano, lo splendido ingranaggio umano nella scena della mattanza dei nobili, la già citata scena della guerra, e il continuo uso creativo dell’impalcatura mobile che viene spostata continuamente dentro e fuori la scena mostrando le doti atletiche di tutti gli e le interpreti del III anno.

Divertente,  anche se non pertinente, l’inserimento del personaggio della coscienza di Ubu, irretita e non ascoltata, con la quale, crediamo, Collalti  abbia cercato di contenere l’amoralità del testo.

Meno riuscita invece la rappresentazione dell’uccisione del contadino cui Ubu usurpa la casa che allude a una impalatura (assente in Jarry) inutilmente maschilista e fallocentrica (perché?).

 

Tra i personaggi principali si impongono il capitano Bordure che Luca Tanganelli, con la biacca il cilindro e il bastone, interpreta  con un’allure  invidiabile, mentre Madre Ubu è interpretata da una indimenticabile Gloria Carovana che sa imporsi anche quando non ha battute con delle controscene d’istinto misuratissime.
Meno risolto invece è proprio Padre Ubu registicamente prima ancora che per l’interpretazione altalenante di Luca Carbone, credibilissimo quando mostra pavidità e vigliaccheria meno a fuoco quando, nel delirio di potere, si pavoneggia di pretese assurde.

L’Ubu di Jarry è panciuto, volgare, fisicamente sgradevole, la magrezza e la compostezza di Carbone ci restituiscono invece un Padre Ubu più umano e meno menagramo.
Il costume col quale Collalti lo fa stare in scena, un paio di boxer per alludere ai tempi quando un uomo in mutande faceva ridere, ci paiono una sostituzione un po’ troppo modesta che fa rimpiangere la fisicità originale.

 

Molto convincenti Alfredo Calicchio che è un Venceslao-mafioso credibile sin dalla postura e il linguaggio del corpo e  Cosimo Frascella, dalla fisionomia squisitamente  cecoviana, che ha una grazia e una calma interiore con le quali irradia la scena.
Daniele Boccarusso ha ancora qualcosa di quella timidezza adolescenziale che impreziosisce il suo Bugrelao mentre Maria Alberta Bajma Riva si distingue per la versatilità con cui si prodiga nei tanti ruoli che Collalti le affida, affiancata dalle altrettanto versatili Alessia d’Anna e Marina Occhionero (accompagnano il capitano Bordure presentandosi come un trio stravagante).

 

L’impianto visivo della messinscena si impone e si fa ricordare per la sua fantasia e capacità di immaginazione nel manipolare e rielaborare certi elementi del nostro immaginario collettivo meno incisiva la direzione degli attori e delle attrici ma sappiamo quant’è difficile imporsi all’ego attoriale…

 

La qualità del lavoro, lo diciamo senza piaggeria, è di molto superiore a molte messinscena dei teatri off romani, a ricordare, se ce ne fosse bisogno, che le Accademie d’arte hanno ancora un ruolo significativo nella formazione delle nuove leve del teatro italiano.

Ubu ne è un magnifico e squisito esempio.
Lo spettacolo replicherà al festival di Spoleto il prossimo 3 luglio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(11 maggio 2016)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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