di Stefano Cangiano twitter@stefanocangiano
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Cosa saremmo senza storie da raccontare e da ascoltare? Contenitori vuoti, pure o impure intenzioni, attimi dentro attimi, saremmo vicende destinate a perdersi. Questa convinzione si fa spazio guardando “Le mille una notte”, lo spettacolo del Teatro del Carretto scritto e diretto da Maria Grazia Cipriani che fino a stasera sarà in scena al Teatro Vascello.
Nessuna vicenda come quella di Shahrazad, impegnata in una romantica ed eroica narrazione al sultano Shahriyar, può mostrare quanto raccontare sia una qualità stessa del pensiero, una facoltà dello stare al mondo come esseri umani. La vicenda è questa: Shaharazad vuole placare l’ira del sultano che, in collera per l’infedele prima moglie, uccide tutte le sue spose dopo la prima notte di nozze e per fermare la sua ira sceglie di raccontare delle storie. Per mille e una notte il racconto si protrae, conducendo il sultano lontano nel tempo e nello spazio, mettendolo in contatto con altri uomini e, soprattutto, altre donne.
La storia prende così forma come una storia di violenze, di sopraffazioni, di arbitri che hanno condannato le donne, relegandole a oggetti di contesa, capri espiatori, creature colpevoli per statuto. La violenza diventa protagonista, le ferite si aprono, scorre sangue a fiotti, i corpi si tendono in sforzi estremi e “Le mille e una notte” ci conduce dalle fiabe di Shahrazad fino alla storia recente e alla cronaca, mostrando le ombre e le chiazze che ci portiamo addosso, le tracce di una sopraffazione che non è mai mutata. Le donne del mito sono le stesse delle guerre di ieri e di oggi, delle case dove si consumano violenze mai raccontate.
“Le mille e una notte” è uno spettacolo intenso, dove uno sguardo profondo sull’essere umano compone ad armonia i contrasti più feroci, costruito su una drammaturgia solida e poetica, che non ha paura di oscillazioni emotive, che dona il riso come il pianto e che lascia irrompere la vita in scena. L’armonia della performance attoriale non fa che rinforzate un disegno che rimane sempre chiaro e per tutta la messa in scena interroga lo spettatore, lo sobilla e lo provoca, grazie al ricorso consapevole alle citazioni, alle storie dentro altre storie che, come per il sultano Shahriyar, realizzano un rito di passaggio e ci cambiano, diventando le nostre storie e ci cambiano.
(25 marzo 2016)
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