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Il Vangelo secondo Pippo Delbono #Vistipervoi da Stefano Cangiano

Pippo Del Bono Vangelodi Stefano Cangiano  twitter@stefanocangiano

 

 

 

 

Dove era finito Orchidee lì inizia Vangelo, il nuovo spettacolo di Pippo Delbono con cui ha debuttato all’Argentina. La carezza alla mano della madre di allora è diventata la richiesta di adesso, quella di fare uno spettacolo sul Vangelo. Una domanda alla quale Delbono ha risposto con uno spettacolo autentico e poetico, intimo e dirompente.

 

Quello che doveva essere uno scavo sul Vangelo diventa una riflessione molto più ampia, sulla religione cristiana, rappresentata come sistema di costrizioni e imposizioni, essenzialmente vocata alla privazione degli istinti migliori dell’animo umano.

 

Pippo Delbono ricorre al suo racconto per quadri, immagini di una grazia espressiva unica che tengono insieme questo spettacolo, che batte, batte e ribolle di vita. Assistere a Vangelo è affrontare un lavacro liberatorio, in cui ci è concesso ciò che è sempre più raro, smarrire il superfluo e confrontarci con l’essenza.

 

L’impianto scenico è equilibrato e vibrante, vive di un dinamismo alimentato dalle luci e dal ricorso sapiente al video, lascia che irrompano le note di Alan Sorrenti come quelle dei Rolling Stones e di Jesus Christ Superstar, di Mozart e di Enzo Avitabile al quale si devono le musiche dello spettacolo. Eppure tutto si tiene, perché quelle che vediamo sono rappresentazioni di una tela interiore unica, dell’uomo che si confronta con il dio della cristianità, con il racconto evangelico che parla di peccati e colpe da espiare, di sacrifici da rendere e piaceri da bandire, mentre la religione che Delbono invoca è quella della bellezza, della pace, della danza.

 

La vita fluisce sul palco, come sempre accade nel teatro di Pippo Delbono. In una manciata di parole ripercorriamo la sua storia, grazie anche ai corpi e alle voci di Bobò e Gianluca, simboli della personale religione di questo artista che al rito antepone la verità. La verità della malattia, la verità della lotta contro la propria cecità che è anche la nostra. Quella cecità che ci impedisce di vedere i migranti nascosti tra i campi, ripresi da Delbono come Cristi del nostro tempo, ai quali non è riconosciuto nemmeno il tributo di una preghiera.

 

Il racconto di Safi, un rifugiato afgano del Centro di Accoglienza PIAM di Asti, è forse il punto più intenso di questa messa laica. Come quella mano di figlio che accarezzava la mano materna in Orchidee, così in Vangelo le parole di Safi ci sfiorano come il mare in cui ha vissuto la sua fuga, perdendo buona parte dei suoi affetti: “è una vita che scappo”.

 

“Leggere il teatro con la vita era l’unico modo che avevo di fare teatro” scrive Delbono nel suo Racconti di giugno e ora, ad anni di distanza da quella testimonianza, ci si rende conto di come il confine tra vita e teatro non esista, di quanto la vita generi il teatro e il teatro crei vita. Il Vangelo secondo Delbono sta tutto qui, in questa identità nella diversità, in questo volo sui nostri abissi che ci suggerisce i comandamenti fondamentali del vivere, che ci ridona le nostre forze migliori. Un teatro che è verità, capace di rendere liberi e beati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(1 febbraio 2016)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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