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Scusate se non siamo morti in mare #Inscena Teatri di Vita, Bologna, dal 24 al 26 marzo 2017

di Gaiaitalia.com

 

 

 

 

Tre migranti chiusi in un container, in viaggio sul mare verso la speranza, in balia di un avido traghettatore. Non vengono dall’Africa verso l’Occidente, ma sono europei in viaggio verso altri lidi. E se a emigrare clandestinamente fossimo noi? Da questo ribaltamento prende il via lo spettacolo amaro e beffardo scritto da Emanuele Aldrovandi per la compagnia MaMiMò, dal titolo “Scusate se non siamo morti in mare”, in scena a Teatri di Vita (via Emilia Ponente 485, Bologna; tel. 051.566330; www.teatridivita.it), da venerdì 24 a domenica 26 marzo, (venerdì ore 21, sabato ore 20, domenica ore 17). In scena, Luz Beatriz Lattanzi, Marcello Mocchi, Matthieu Pastore, Daniele Pitari. Regia di Pablo Solari. Produzione MaMiMò, in collaborazione con Arte Combustibile e La Corte Ospitale – Residenza 2016.

Uno spettacolo che ha al suo attivo il fatto di essere stato finalista al Premio Riccione Tondelli e al Premio Scenario, e di aver vinto il bando Migrarti del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali.

In un futuro non troppo lontano la crisi economica – che invece di finire si è aggravata – ha trasformato l’Europa in un continente di emigranti. I cittadini europei, alla ricerca di un lavoro e di un futuro migliore, cercano di raggiungere i paesi più “ricchi”, ma devono farlo clandestinamente perché questi paesi, nel frattempo, hanno chiuso le frontiere. Fra i tanti mezzi per espatriare illegalmente uno dei più diffusi è il container: i clandestini salgono a bordo, pagano mille dollari alla partenza e mille all’arrivo, senza sapere dove verranno scaricati. I personaggi di questa storia sono quattro e non hanno nome, sono identificati dalle loro caratteristiche fisiche: il Robusto, la Bella e l’Alto sono i tre migranti e il Morbido è il proprietario del container.

 




 

Davanti al catastrofico numero di morti che con cadenza quotidiana sono cronachisticamente raccontati dai telegiornali, il sentimento più diffuso è un comune senso di smarrimento e lontananza, un’impossibilità di comprendere sino in fondo l’entità del fenomeno migratorio, le sofferenze e le disgrazie da esso provocate. La società sistematica e telematizzata in cui viviamo ci ha abituato a questo senso di “indifferente consapevolezza”, ma cosa succederebbe se da un momento all’altro fossimo noi i migranti, i protagonisti di questa tragedia dalle connotazioni ancestrali?

 

 

 

(18 marzo 2017)

 





 

 

 

 

 

 

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