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Si è concluso NOPS Festival: testi interessanti, successo e soddisfazioni. Ed un’intelligente chiacchierata

Nops Festival Alessandra Cappuccinidi E.T.   twitter@iiiiiTiiiii

 

 

 

 

 

Si è concluso il 20 dicembre scorso l’edizione 2015 di NOPS Festival, Nuove Opportunità per la Scena, appuntamento a cadenza annuale (in due tranche una primaverile ed una invernale) nel quale grazie alla dinamica e scaltra compagnia romanaNOGU TEATRO, di Ilaria Mannocchio e Cristiano Vaccaro, si viene in contatto con nuove realtà teatrali, nuovi autori e nuove progettualità del quale il nostro quotidiano è orgoglioso media partner.  Dodici gli spettacoli presentati, un forfait rimpiazzato da un’estratto del lavoro “Albania Casa Mia” di Aleksandros Memetaj, lavoro che è stato in scena nelle prime due settimane di dicembre al Teatro Argot di Roma con grande successo e del quale vi parleremo in questa stessa rubrica entro breve.

 

Che dire di NOPS? Moltissimo, ma si potrebbe anche non dire nulla perché la sua positiva presenza nel panorama teatrale italiano parla da sé. Si tratta di un festival con obiettivi chiari e precisi che vengono perseguiti con determinazione ed idee chiare, non si perde nei deliri di onnipotenza di un Fringe qualsiasi ed offre alle realtà che si presentano un palcoscenico serio, una compagnia a disposizione ed un gruppo di critici/giurati che li seguono, insieme all’organizzazione, dal primo giorno all’ultimo e che – un domani – non affogheranno nell’ego del “li ho lanciati io”.

 

Nops Festival Nogu Teatro

Ma ora è tempo di parlare degli spettacoli: di ottimo livello in generale, con ingenuità che hanno tarpato le ali al progetto in diversi (troppi) casi. Si è partiti il 17 dicembre con “Generazioni” di Circomare Teatro scritto da Alessandra Cappuccini  spettacolo che cade nella trappola di far dirigere uno spettacolo che parla di una donna, scritto da una donna e da una donna rappresentato, da un uomo. Un errore secondo noi imperdonabile, una ingenuità che si paga insieme a molte altre delle quali abbiamo parlato de visu con protagonista e regista al termine della manfestazione. Molta carne al fuoco, molte belle intuizioni, un gran corpo d’attrice e una voce magnifica, gettate un po’ alle ortiche. Ma siamo sicuri che la prossima volta che li rivedremo avranno approfondito molte cose. “Una madre con frigo” di Damiana Guerra è un testo che lascia perplessi, ma che ha avuto la sua “vivificazione” dall’intuizione dell’attrice che lo ha recitato in dialetto. Godibilissimo, ferme restando le pecche del testo. Eccessivamente testo. Appunto. “La Borsa e la Vita” ha risentito degli inevitabilmente frettolosi tagli operati dall’autore per poterlo mettere in scena e dall’obbligatorietà di farne una lettura con leggìo invece di uno spettacolo compiuto. Alfredo Sessa ci inviterà – ce lo ha promesso – per il debutto e così potremo scriverne più approfonditamente. Poi “La Luce Rossa” di Daniele Trovato, autore dalla scrittura cristallina alla prima esperienza sul testo teatrale che cade nella trappola dell’autoreferenzialità e fa parlare se stesso al posto dei personaggi. Trovato scrive magnificamente, ci farà belle sosprese.

 

Il 18 dicembre. Il nostro Alessandro Paesano è vittima di un febbrone cavallino ed i giurati rimagono in tre. Ed è un peccato perché in quattro si gustavano meglio le belle cose messe in scena: “Mamma” di Tommaso Urselli, monologo scritto per un uomo e rivoltato al femminile perché sì, magnificamente interpretato da Chiara Acaccia (guidata dalla mano ferma di Ilaria Manocchio) che ci porta in un universo femminile dominato dalla figura della madre regalandoci momenti di grande poesia. Un unico appunto all’attrice, troppo tesa al “volersi di-mostrare” negando a se stessa il piacere del “darsi” al pubblico. Non ci stancheremo mai di sottolineare che gli attori sul palco devono amarsi. Non ammirarsi. ma affronteremo la questione in un altro momento. Bel lavoro anche “Come me” nel quale l’autrice Sonia Di Guida, commette l’errore di voler dare la sua risposta come se servisse a qualcuno al di fuori di lei, e mortifica un testo fino a quel momento perfetto, che “andava da solo”, retto dalla eccellente prova di Veronica Rivolta. “Toccata e fuga per Coniglio Solo”,  che alla fine vincerà il Premio Gaiaitalia.com, è la iperdivertente storia della relazione tra un uomo e la sua fata (sì, proprio una fata con coroncina e bacchetta magica ed il velo ed il trucco pesante, insomma tutta il cattivo gusto fatino) e la missione che la fata ritiene di dover avere per “salvare” l’uomo. Bello, divertente, ironico, dissacratorio ed irriverente, fa ridere il pubblico di gusto e riempie di soddisfazione questo cronista che pensa “che bello vedere che nel teatro italiano non esistono solo settantenni tromboni conservatori”... In scena Ilaria Manocchio ed Aleksandros Memetaj.

 

Siamo al 19 dicembre. Bellissimo lavoro scritto dal napoletano Fabio Pisano che per fortuna non sente di dover essere l’erede di Annibale Ruccello come troppi suoi conterranei e s’inventa un testo spudorato nella sua agghiacciante verità, divertentissimo e boccalone nella sua drammaticità e spaventoso realismo ed ambienta una storia di amore e morte (in vita) all’interno di una roulotte. Parliamo di “Lacerazioni”; interpretato da Cristiano Vaccaro e Antonietta D’Angelo è a quest’ultima che vogliamo rivolgere le nostre attenzioni: raramente abbiamo visto un personaggio femminile di tale spudoratezza, volgarità, “sporcizia”, vigore distruttivo, intepretato con tanta “volontà” di “darsi” a questo lato oscuro facendone materia scenica. Bravissima. Poi Michael Capozzi intepreta “Vie”, spettacolo muto tra il circo ed il teatro, con Buster Keaton a fare l’occhietto dalle quinte e con l’attore/performer così padrone del corpo da farci ascoltare la tensione dei tendini. Ci sono alcune ingenuità ed un necessità cromatica differenti rispetto alla messa in scena preparata per il NOPS delle quali, siamo sicuro, anche il protagonista è consapevole. Spettacolo che dovete vedere dovunque vi capiti di essere liberandovi da ogni impegno. “Personae” di Margarita Egorova, anche regista,  è un poderoso impianto scenico, altrettanto poderosamente imbrigliato dalla regista che con pugno di ferro dirige l’intera struttura spettacolare (proiezioni video, un testo magnifico, effetti luminosi e interattività gestite da Luca Moroni) e cade, senza volerlo, nell’autocompiacimento di avere creato un’opera che vive di idee potenti. E’ così vittima della sua stessa creatura da non rendersi conto che il punto debole sta proprio nell’avere messo tante cose tutte di eguale potenza sullo stesso palcoscenico ottenendo il risultato di farle annullare l’un l’altra lasciando allo spettatore e al critico la sensazione di avere visto qualcosa di potenzialmente bello in nuce, ma che il “veramente bello” debba ancora venire. Abbiamo ripetuto queste stesse cose anche all’attrice protagonista Elisabetta Scarano – miglior attrice del festival, decretano poi i membri della giuria – giovane donna di grande esperienza con diversi anni di lavoro in situazioni prestigiose nonostante i suoi appena 25 anni, e speriamo di avere l’occasione di parlarne anche con la regista. Il rischio è di “perdere” uno spettacolo magnifico che, soprattutto all’estero, potrebbe fare sfracelli. Last but not least “Interdetta” bel testo di Giovanni Martucci, per l’interpretazione di Stefania Capece Iachini che ci offre venti minuti di bellezza e ci fa godere e che conclude degnamente una tre giorni che ripeteremmo settimanalmente. Potendo.

 

Finisce qui la cronaca con un consiglio: partecipate, voi del pubblico, a questo bellissimo evento che Roma ha la fortuna di ospitare due volte l’anno. C’è vero teatro, c’è sangue, c’è sudore, c’è pancia, c’è cuore in questa bella manifestazione. “Ma lo dite perché siete media partner”, direte voi. NO. Diremo noi. Se NOPS non fosse la splendida manfiestazione che è non ci sogneremmo di parlarne nemmeno se ci coprissero d’oro.

 

Per la cronaca è lo spettacolo “Personae” che vince il premio come miglior spettacolo con Elisabetta Scarano che vince il premio per la miglior attrice. Poi la serata finisce davanti ad una birra. E va bene così.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(5 gennaio 2016)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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