Min el Djazaïr, che significa Dopo l’Algeria, è il frutto del lavoro di concerto tra Nicole Ayach della compagnia franco-algerina di Hékau e Sarah Melloul, autrice, drammaturga, specializzata nella storia del Nord Africa.
Le due autrici raccontano con questo spettacolo un episodio dimenticato della storia collettiva: la partenza forzata della popolazione ebraica d’Algeria durante gli anni della Guerra d’Algeria (1954-1962).
Attraverso la storia di una famiglia di mercanti di tessuti di origini ebraiche che vive da cinque generazioni in Algeria, lo spettacolo espone al pubblico il mosaico di memorie collettive e ricordi personali di Babeth che, a diferenza di sua sorella Simone, non si impegna in una politica di liberazione ma è lo stesso testimone dei cambiamenti e delle forti tensioni che investono il Paese.
Il racconto si articola attraverso diversi momenti: il ricordo nostalgico di una Algeri multiculturale, dove convivevano persone francesi, arabe ed ebree. Babeth descrive la quotidianità del quartiere della Casbah, la rue de la Lyre, la vita quotidiana personale, i riti del padre che beve il caffè con gli amici e quelli collettivi di una comunità multietnica che vive insieme.
Con l’evolversi del conflitto politico, mentre Bebeth rimane defilata, sua sorella Simone aderisce a un’organizzazione di ispirazione marxista-leninista. Viene arrestata e subisce interrogatori e torture da parte della polizia e poi viene espulsa dal paese spostandosi tra Marsiglia, Parigi e Praga. Alla situazione personale di Simone corrisponde il clima di terrore che avvolge Algeri: le manifestazioni, gli attentati del FLN (Fronte di Liberazione Nazionale) e la reazione violenta dell’OAS (l’organizzazione paramilitare dei coloni francesi).
Poi il cantante Raymond Leyris viene assassinato a Costantina, segnando profondamente la comunità ebraica e i “pieds-noirs” (i coloni francesi nati in Algeria). Quando, nel 1962, l’Algeria ottiene l’indipendenza dopo 132 anni di colonizzazione, mentre le strade esplodono di gioia per la popolazione locale, Bebeth si sente improvvisamente straniera tanto in Algeria quanto in Francia: “troppo ebrea” per essere considerata francese e “troppo francese” per restare in Algeria.
In partenza per la Francia Bebeth chiude la porta di casa sapendo che non tornerà più, lasciando dietro di sé la tomba delle persone care, la musica della Casbah e un mondo che, con la sua partenza, sembra rimpicciolirsi e svanire, rimanendo solamente nei ricordi. Un racconto d’esilio che ci tocca tutti e tutte.
Questo racconto delicato e tenue tenuto sul filo della memoria con parole calme e misurate viene dipanato attraverso la musica e il canto eseguiti dal vivo (la voce di Babeth è incarnata dalla musicista Jina di Najma), l’impiego di reperti audio dai notiziari tv e radio dell’epoca e attraverso l’uso di immagini che costituiscono un commento visivo al racconto di Babeth. Queste immagini e questi suoni sono affiancati da un impianto scenografico fatto di proiezioni da teatro d’ombre.
Il palco è occupato da due postazioni, una che sfrutta la proiezione frontale l’altra che usa la retroproiezione. A creare gli effetti d’ombra sono sagome bidimensionali e modellini tridimensionali, ma anche tessuti (come quelli venduti dal negozio di Babeth) che, intercettate su degli schermi, sfruttano tutte le possibilità di restituzione grafica delle immagini: ombre opache, ombre traslucide, nere e colorate, in movimento o immobili, prendono vita sugli schermi davanti gli occhi del pubblico affascinato.
Tra le varie tecniche di proiezione c’è anche l’impiego di una lavagna luminosa dalla quale prendono forma delle texture prodotte dai tessuti…
Tutti gli strumenti di proiezione e le persone che li manovrano sono a vista anche se sul palco vige il buio per agevolare la visione delle proiezioni luminose.
La particolarità di Min el Djazaïr risiede nella sua fascinazione affabulatoria: il racconto (tra francese e lingua araba) tradotto con dei svratitoli per la platea del teatro Ateneo prende forma letteralmente davanti gli occhi del pubblico, evocato, emanato dalle parole di Babeth che con una voce calma, gentile, anche quando racconta fatti e momenti dolorosi, permette una immedesimazione che non scaturisce mai dal moto viscerale, di pancia ma, piuttosto, da una empatia che nasce dal riconoscimento.
Il pubblico non non subisce l’evento, ma lo ritrova tra la memoria rispecchiata — dove il passato individuale diventa collettivo — e la distanza elegiaca, dove il dolore si trasforma in canto e testimonianza.
Anche l’aspetto musicale è fondamentale. La musica evocata è proprio quella di Raymond Leyris un ebreo algerino che cantava in arabo, costituendo il simbolo della convivenza e della comunanza tra la comunità ebraica e quella musulmana prima dell’indipendenza. Le chanteur Raymond, come viene indicato nello spettacolo, era l’indiscusso maestro del Malouf, la musica colta arabo-andalusa, tipica di Costantina. Questa tradizione musicale, tramandata oralmente per secoli, fondeva radici andaluse con influenze locali eseguita con l’oud (il liuto arabo), che Leyris suonava sia in concerti pubblici che durante feste familiari e religiose.
La morte violenta di Leyris, ucciso il 22 giugno 1961 con un colpo di pistola nel mercato di Costantina (omicidio attribuito al FLN) costituì il segnale definitivo che la convivenza era finita, scatenando la fuga di massa della comunità ebraica verso la Francia.
Anche se lo spettacolo costituisce un regesto a riferimenti precisi della storia culturale e politica dell’Algeria per capirne la portata storica non bisogna essere esperti dei fatti d’Algeria.
Non bisogna nemmeno conoscere il Karagöz, il teatro d’ombre che arrivò in Algeria durante la dominazione ottomana. Uno strumento che ebbe sin da subito non solamente funzione di intrattenimento, ma di critica sociale, tanto che durante i primi anni della colonizzazione francese (iniziata nel 1830), il Karagöz divenne pericoloso per l’ordine coloniale (per via delle sue satire anti-francesi) e le autorità coloniali decisero di proibirlo ufficialmente nel 1843.
Questa tradizione rappresenta un simbolo molto adeguato della resilienza algerina che ha preceduto e accompagnato il movimento di liberazione.
Come nel teatro d’ombre l’emozione nasce dalla silhouette (distante e stilizzata) e non dal corpo reale, così in Min el Djazaïr l’immedesimazione nasce dalla forma del ricordo e non dalla violenza del realismo. La denuncia delle ingiustizie e dei soprusi non è meno efficace e il ricordo rimane più indelebile perchè pacato e gentile.
Min el Djazaïr è un altro gioiello nella programmazione sempre più necessaria di un teatro universitario di eccellenza come il teatro Ateneo.

Min el Djazaïr
Da un’idea originale di Nicole Ayach e Sarah Melloul
Sviluppo del progetto Nicole Ayach e Sarah Melloul
Direzione artistica, collaborazione alla scrittura, interprete marionettista e costruzione marionette: Nicole Ayach
Scrittura, drammaturgia e collaborazione alla regia: Sarah Melloul
Interprete: Pascale Goubert
Musiche e creazione sonora: Jina di Najma
Costruzione marionette: Bruno Michellod
Creazione tessile: Jenny Lai
Direzione tecnica luci, co-ideazione luci e costruzione marionette: Zoé Sulmont
Scenografia e luci: Julie Boillot-Savarin
Costruzione scene: Christophe Derrien
Sviluppo del dispositivo per teatro d’ombre: Tatiana Carret
Creazione lampade d’ombra: Arpschuino
Visto per voi al teatro Ateneo di Roma il 17 marzo 2026
(24 marzo 2026)
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