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Le serve di Cruciani: una regia invadente

Il modo di recitare delle due attrici impersonanti le due domestiche deve essere furtivo (…). Le attrici tratteranno perciò i gesti come in sospeso, o affraliti.
Jean Genet

Queste indicazioni di Genet sono contenute nel testo  “Come recitare Le domestiche” (il titolo Le serve è una discutibile, giudicante, traduzione italiana del francese Les Bonnes che vuol dire, appunto, le domestiche”) del 1963, scritto in seguito a molte messinscena che, a suo dire, non coglievano l’aspetto fondamentale della sua pièce, a cominciare da quella di debutto del 1947, al Théâtre de l’Athénée di Parigi, per la regia di Louis Jouvet.
La storia di queste due sorelle che vivono una relazione di amore e odio nei confronti di Madame fu ispirata a Genet da un fatto di cronaca degli anni 30.
Le due sorelle Papin, a servizio in  una casa borghese, colte da raptus omicida, uccisero  la loro datrice di lavoro e sua figlia con atroce violenza (denti spezzati, occhi feriti).
Nel raccontare questa storia Genet non vuole fare  denuncia di classe (non si tratta di un’arringa sulla sorte dei domestici. Suppongo che esista un sindacato del personale di servizio — la cosa non ci riguarda). Quel che interessa a Genet delle due sorelle è che sono due mostri: Sacri o meno, queste domestiche sono dei mostri, come lo siamo noi stessi quando sogniamo di essere questo o quello. Senza poter dire con precisione cosa sia il teatro, so cosa rifiuto che sia: la descrizione di gesti quotidiani visti dall’esterno.
Il nucleo della pièce è il rituale che vede le due sorelle eseguire un récit nel quale, a turno, una delle due interpreta madame e l’altra l’altra sorella. Un rituale a tempo determinato visto che il ritorno di madame ogni volta incombe e le due sorelle non riescono mai a portare a termine la recita che si dovrebbe concludere con la sua morte.
Su questo rituale Genet coltiva tutta l’ambiguità del teatro: il fatto che a teatro si giochi (il verbo jouer in francese ha il doppio significato di giocare e recitare) sempre qualcosa d’altro.
Così all’inizio della pièce il pubblico è indotto a credere che Claire sia davvero la Signora e Solange sia davvero Claire se non fosse per un’inversione involontaria del nome, quando Solange, nei panni della Signora, si sbaglia e chiama la sorella col suo vero nome…
Il pubblico deve fare dunque da subito un reset del racconto: quel che sta vedendo non è la verità (nel racconto del testo) ma una rappresentazione. Ecco perchè Genet non vuole un approccio naturalistico o psicologico ai personaggi. Claire e Solange non sono due donne sono due idee di femminino così come le immagina Genet e come le immaginano i due personaggi femminili stessi. Per questo Genet pensava di far interpretare le due domestiche a degli adolescenti: il femminino non deve scaturire dal corpo femminile delle due attrici (che non devono scodellare la propria femminilità in scena) ma dalla finzione, dalla rapresentazione, da un femminino stilizzato gerarchizzato.
La mostruosità di cui parla Genet non è la finzione di essere qualcosa di diverso da quel che si è ma esattamente il contrario: Vado a teatro al fine di vedermi, sulla scena (restituito in un unico personaggio o attraverso l’aiuto di un personaggio multiplo e sotto forma di racconto), così come non saprei – o non oserei – vedermi o sognarmi, eppure così come so di essere. Gli attori  hanno dunque per funzione di assumere gesti e abbigliamenti che permettano loro di mostrarmi a me stesso, e di mostrarmi nudo, nella solitudine e nella sua allegrezza.
Le due sorelle al di fuori del rituale sono dei personaggi veri con un proprio immaginario che trasuda da ogni loro gesto e comportamento.
L’odio per la loro condizione di domestiche prima ancora che quello borghese della loro Signora (che le due sorelle anelano essere nello stesso momento in cui odiano) scaturisce dal disprezzo per se stesse, per la loro condizione di domestiche, per la loro incapacità a essere qualcosa di diverso, per la loro mancanza di potere. 
La lettera anonima che Claire manda alla polizia per fare arrestare l’amante di madame nasce, anche, dall’invidia che le due sorelle hanno per questo amore che madame ha, mentre a loro restano solamente i commenti osceni del lattaio (la cui corte le due sorelle si rinfacciano in un rimando continuo).
Il simbolico di questo rito di impersonificazione e uccisione di madame, nel finale cortocircuita nel concreto della morte di Claire, che beve la tisana di Tillio (dettaglio che nella versione di Cruciani si perde) avvelenata con il Gardenal, un potente barbiturico.
Tramite la sua morte Claire affranca se stessa e Solange dalla loro identità di domestiche: con la propria morte Claire uccide simbolicamente la Signora, mentre Solange, sopravvivendo alla sorella, si libera  dalla sua identità di domestica diventando, nella sua immaginazione, una eroe tragica.
Dopo aver “strangolato” Claire nei panni della Signora Solange si immagina di lasciare il funerale della sorella (nel suo racconto personaggio e interprete del rito si sostituiscono) mentre il carnefice la accompagna e un corteo la conduce al suo destino di criminale famosa, salutata dalla folla (una folla di domestici  e maggiordomi ma anche di poliziotti).
Genet si raccomanda di recitare questi personaggi con dei gesti fragili e indeboliti (affraliti): la mostruosità per Genet è il rito steso del teatro, che consuma dall’interno i suoi stessi personaggi.

La messinscena di Cruciani, che da un paio d’anni porta lo spettacolo in giro per l’Italia con immenso successo, esplicita il gioco della finzione teatrale.
In scena, prima dell’inizio della rappresentazione, campeggiano una serie di flightcase (i classici bauli neri con borchie e chiusure, adibiti al trasporto di attrezzatura fragile) che, opportunamente manovrati dalle due attrici, aperti, mostreranno gli arredi e le suppellettili dell’interno borghese di madame,  i suoi vestiti, gli specchi, il servizio da te, etc. 
Lo spettacolo si apre con con le due interpreti che si rivolgono direttamente al pubblico ringraziandolo per essere venuto e si dichiarano nervose e pronta cominciare lo spettacolo.
Le due attrici si cambiano, indossando gli abiti di scena, a vista, a commedia già iniziata. Questo sovratesto alla pièce si ripete in diverse occasioni: quando, manovrando i flightcase, compaiono delle scritte a mo’ di titolo o di introduzione o di commento; o ancora quando, sottolineato da un cambio di luce e dalla musica, tra una sezione e l’altra della messinscena, introdotte dalle scritte sui flightcase, ci sono dei momenti dove sono le interpreti e non i personaggi ad agire sul palco, gestendo le musiche e le luci con uno schiocco delle dita o un gesto della mano.
Questi momenti metateatrali si sovrappongono al portato del testo originale, perdendo di vista la solennità e l’importanza del rito delle due sorelle, di interpretare madame e ucciderla o perire nel tentativo di farlo.
Questa sovradeterminazione registica disinnesca il portato centrale della pièce e il rituale delle due sorelle viene derubricato a rituale del teatro svuotato di ogni elemento specifico, di ogni significato mostruoso così come lo aveva pensato Genet,  in un generico doppio della recitazione teatrale.
L’interpretazione delle due sorelle è urlata, troppo, ignorando le indicazioni di Genet che abbiamo messo in esergo, senza alcun vantaggio al testo.
Non ci fraintendano i lettori e le lettrici: Beatrice Vecchione e Matilde Vigna sono bravissime nel restituire i due personaggi, le loro battute e sono misuratissime nel sostenere la regia energica di Cruciani ma l’effetto distraente sul testo è innegabile.
Solamente Eva Robin’s è misurata, mostrandosi sopra le righe quel tanto che basta per fare del suo ruolo un personaggio credibile e non una macchietta affettata.
La regia di Cruciani, mettendo in evidenza l’apparato teatrale fatto di scene da montare e di attrici che interpretano una parte, sposta il focus dai personaggi mostri di Genet verso una generica forza performativa attoriale alquanto aleatoria e generica.
Lo spettacolo si lascia vedere con godibilità e il pubblico apprezza ma ci chiediamo quanto sia consapevole di avere assistito a una messinscena fortemente sbilanciata.

LE SERVE
di Jean Genet

con Beatrice Vecchione e Matilde Vigna ed Eva Robin’s
traduzione Monica Capuani | scene Paola Villani

costumi Erika Carretta | drammaturgia sonora John Cascone
disegno luci Théo Longuemare | movement coach Marta Ciappina
assistente alla regia Ilaria Costa

regia e adattamento VERONICA CRUCIANI

Visto per voi allo Spazio Diamante di Roma il 12 marzo 2026

(18 marzo 2026)

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