Portare in scena l’Orlando di Virginia Woolf non è un’operazione facile.
Non tanto per il romanzo in sé che è una versione parodica, molto sottile ed elegante, delle biografie sui personaggi celebri (d’altronde così il titolo originale Orlando: una biografia).
Piuttosto costituisce difficoltà il corpus critico che ha visto nell’Orlando un romanzo incentrato sul cambio di sesso del protagonista, e quindi sul revanscismo di Virginia Woolf, che avrebbe scritto un pamphlet sulla fluidità di genere ante litteram.
In realtà il romanzo, dedicato a Vita Sackville-West, scrittrice e aristocratica inglese, amata da Virginia Woolf, è, piuttosto, la lettera d’amore più lunga e affascinante della letteratura (a dirlo è Nigel Nicolson, il figlio di Vita).
Quando Virgina incontra Vita se ne innamora subito (lusingata che il sentimento sia ricambiato) e la inquadra subito come pronounced sapphit (“saffica dichiarata”) mentre lei si definisce una donna sessualmente codarda (prendiamo queste citazioni dall’introduzione di Nadia Fusini al carteggio tra Vita e Virginia pubblicato da Donzelli nel 2019 col titolo Scrivi sempre a mezzanotte).
Secondo Fusini Vita impone alle sue amanti un gioco crudele: le conquista, le possiede, esercita su di loro un potere assoluto. Si camuffa da uomo, esige dalle sue prede di essere amata come un uomo, e poi le abbandona. Gioca un potere dal timbro materno, ma pur sempre un potere: un potere virile, basato sulla forza con cui le stringe a sé, trasformandole in succubi.
Se dobbiamo dare credito alla massima esperta di Virgina Woolf in Italia è evidente il perchè del nucleo narrativo di Orlando (va detto per inciso che, nel lessico usato da Fusini in questa introduzione, del 2019, quegli stereotipi di genere che Virginia Woolf aveva fatto a pezzi già nel 1928 sembrano ancora alquanto intatti…).
Altra difficoltà sono la messinscena teatrale con la quale Bob Wilson dalla prima tedesca del 1989 ha portato Orlando girando mezza Europa (celebre la messinscena francese del 1993 con Isabelle Huppert) e anche il film che Sally Potter ha tratto dal romanzo – Orlando (Regno Unito, Russia, Francia, Paesi Bassi, Italia, 1992) – per rimanere alla superficie di un corpus di opere, film e spettacoli teatrali ben più consistente.
Avvicinarsi a Orlando rischia insomma di diventare un’impresa improba.
Fabrizio Sinisi ha le idee molto chiare e si avvicina al romanzo di Woolf con molta libertà creativa, non certo dal testo, che rispetta con grandissimo amore, ma dal retaggio culturale che il romanzo si porta dietro.
Sinisi approccia il romanzo ricavandone un monologo agile, di un’ora, nel quale individua alcuni nuclei narrativi effettuando una riduzione che, nonostante i tagli, sa restituire tutto il portato letterario di Woolf. Tre i nuclei narrativi portati in scena: l’innamoramento di Orlando per la principessa Marusja Stanilovska Dagmar Nataša Ileana Romanovič; la malattia e la trasformazione in donna a Costantinopoli e gli ultimi anni di vita di Orlando e di Virginia (che si suiciderà il 28 marzo 1941 a 59 anni).
Sinisi imbastisce il monologo declinando tre voci che si sovrappongono e si sostituiscono senza soluzione di continuità, alternando il racconto di Orlando in prima persona a quello descrittivo di Virginia scrittrice con le considerazioni di Virginia donna innamorata di Vita attingendo alle loro lettere, usate con molta parsimonia, per esplicitare certi parallelismi narrativi che altrimenti potevano sembrare d’autore (e anche questo esprime il grande amore e rispetto che Sinisi ha per il romanzo).
Questa prospettiva permette a Sinisi di imbastire una narrazione che si sviluppa su diversi livelli.
Se il romanzo è uno strumento erotico e intellettuale (Sono talmente sprofondata nel desiderio di te. Sono talmente sprofondata in Orlando e non riesco a pensare ad altro… ti vedo vita sotto la luce della lampada con i tuoi smeraldi), un ponte tra Virginia e Vita (che, pur amandosi, vivevano distanti), nel monologo la parola emana direttamente dal potere inventivo di Virginia scrittrice che racconta, descrive emozioni, e, tramite il personaggio Orlando, esprime il suo desiderio e il suo amore per Vita.
La fluidità di genere diventa così occasione per mostrare come nella società lo spirito di una persona, la sua indole, la sua personalità, ha a disposizione un ventaglio espressivo molto diverso in base alla fatto di essere un uomo o una donna (Potevo spaccare la testa a un uomo, potevo condannare a morte un criminale, potevo comandare un esercito. E ora? Tutto quello che posso fare è servire il tè e chiedere: ‘Zucchero? O crema?).
Una differenza che Orlando conosce bene (era uomo, era donna; conosceva i segreti, divideva le debolezze di entrambi. Che delizia non dover più scegliere! Essere l’uno e l’altra, come un fiume che scorre tra due rive).
Sinisi rende bene anche la differenza tra il tempo storico del romanzo – i 400 anni di vita che Orlando percorre dal periodo elisabettiano fino alla contemporaneità – e il tempo interiore (Orlando si era ammalato di letteratura… E il tempo? Il tempo non passava più secondo il ritmo delle stagioni, ma secondo il battito di una frase, la nascita di una metafora. Potevano passare anni fuori dalla finestra, mentre dentro, sulla carta, era trascorso appena un secondo di pensiero).
Virginia Woolf/Orlando è magnificamente interpretata da Anna Della Rosa, che, già in scena mentre il pubblico prende posto in platea, indossando un cappello dalla larga tesa, una lunga gonna e una cintura alta in vita, si muove su una scena stilizzata nella quale campeggia un prato verde e il tronco di una quercia enorme, sul quale è appoggiata, immobile. Una scena sulla quale piovono fogli bianchi ricomprendo verso la fine tutto il prato come una coltre nevosa.
La quercia nel romanzo è presente sia come titolo di un’ode cui Orlando lavora per 400 anni, sia come uno dei posti preferiti da Orlando adolescente (Che cos’è il tempo? Una successione di giorni o un accumulo di identità? Io ho vissuto trecento anni eppure mi sento ancora quel ragazzo che legava il suo cuore a una quercia nel 1586) ed è, per inciso, anche una citazione della messinscena di Wilson.
Una scena tutt’altro che naturalistica che trasforma il palco in un luogo della mente nel quale la regia di Andrea De Rosa accumula simboli e metafore: i fogli che piovono dal cielo sono di volta in volta la neve nel Grande Gelo di Londra, i petali di un amore nascente ma, anche, il peso insostenibile di una scrittura che non riesce a colmare la distanza con l’amata.
Una regia che non spiega il testo ma lascia che sia il corpo dell’attrice a farsi ponte tra il romanzo, le lettere e il pubblico cui si rivolge.
L’impiego di brani della Sinfonia n. 6 Patetica di Čajkovskij costituiscono il giusto contrappunto emotivo; mentre Orlando attraversa i secoli con la leggerezza di un’ironia aristocratica, la partitura sonora, composta poco prima della morte del musicista, dialoga con il suicidio di Woolf, come se musica e letteratura costituissero un argine etereo e fragile di quel fiume freddo che attende di riassorbire ogni identità.

Anna Della Rosa esplora lo spazio scenico sul quale cade, si sdraia, corre, grida, sussurra, mentre dal cielo piovono fogli di carta bianca da riempire con la creatività di Virginia che ha la totipotenza espressiva di una donna e di un uomo, perché lo spirito di una persona prescinde dal genere, dei fogli che coprono il palco trasformando la scena in un’immenso mare bianco nel quale la natura è trasfigurata dalla parola (nel romanzo Orlando viene sempre distratto dalla natura La natura e le lettere sembrano nutrire una naturale antipatia; se le metti insieme si fanno a pezzi). Della Rosa riesce a restituire l’ironia, l’eleganza, l’intelligenza e il divertimento di un testo duplice, quello di Woolf dal quale è tratto e quello di Sinisi che lo ha confezionato.
Se il romanzo Orlando scaturisce dall’incontro tra Virginia Woolf e Vita Sackville-West il testo teatrale Orlando scaturisce dall’incontro tra l’autore del monologo il regista e la sua interprete.
Anna Della Rosa usa la voce come Virginia Woolf usava la sua penna, destreggiandosi in un testo di grande difficoltà tecnica, che recita con una pienezza della voce, dal sussurrato al gridato, con una dizione perfetta e dove l’amplificazione audio più che un ausilio costituisce un ingombro che Della Rosa sa gestire magnificamente senza risultare appiattita.
Un’attrice dalla bravura esaltante (il pubblico in sala al teatro Vascello la richiama in scena innumerevoli volte per tributarle degli applausi entusiasti sostenuti da grida e da continui brava! urlati con ammirazione e gratitudine) che ci affascina e ci seduce con l’afflato di una affabulazione della quale non si può più fare a meno.
Una serata magica, indimenticabile, perfetta.
Orlando
Andrea De Rosa / Fabrizio Sinisi / Anna Della Rosa / Virginia Woolf
dal romanzo di Virginia Woolf
e dal carteggio tra Virginia Woolf e Vita Sackville-West Scrivi sempre a mezzanotte (Donzelli)
drammaturgia Fabrizio Sinisi
traduzione Nadia Fusini
regia Andrea De Rosa
con Anna Della Rosa
scene Giuseppe Stellato
luci Pasquale Mari
suono G.U.P. Alcaro
costumi Ilaria Ariemme
aiuto regia Paolo Costantini
musica di scena Sinfonia n.6 (Patetica) di Čajkovskij
Visto per voi al teatro Vascello di Roma il 4 marzo 2026
(11 marzo 2026)
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