Il Calamaro Gigante è un romanzo di Fabio Genovesi (Feltrinelli, 2021) nel quale i ricordi di infanzia del protagonista sono intrecciati al racconto delle vicissitudini di diverse persone che, nel corso dei secoli, hanno indagato (anche a discapito della loro credibilità) sull’esistenza di una creatura marina che la scienza ufficiale ha sempre dichiarato inesistente.
Il punto di vista del protagonista permette a Genovesi di adottare un registro apparentemente naïf col quale restituisce invece una visione del mondo altamente condivisibile e che fa da incentivo a tutte le persone che hanno la fortuna di leggere il libro.
Che si tratti di Erik Pontoppidan (1698–1764), il Vescovo di Bergen autore della Storia naturale della Norvegia, tra i primi a descrivere il “Kraken”, o Bouyer, il capitano della corvetta francese Alecton che avvistò il calamaro, o, ancora, il francese Pierre Denys de Montfort (1766–1820), un naturalista che affermò l’esistenza del calamaro colossale, sfidando il mondo accademico, che lo derise e lo fece morire in miseria o l’italiano Francesco Negri (1623-1698), sacerdote ravennate, il protagonista del romanzo racconta le loro vicissitudini con un tono a metà tra lo stupore e la stima per la loro pervicacia.
E mentre racconta con sottile ironia le ricerche avventurose di questa mitologica creatura e commenta con caustiche notazioni la cecità e l’ottusità di tutti i detrattori, Genovesi coglie l’occasione per sottolineare il maschilismo del mondo scientifico passato che ha sempre discriminato le donne nella ricerca scientifica. Come nel caso di Mary Anning (1799–1847) esperta di fossili, che rimase sempre sul campo mentre altri scienziati (uomini) scrivevano saggi sulle sue scoperte, appropriandosene.
Le vicissitudini di ognuna di questi ricercatori e queste ricercatrici fuori dagli standard viene sempre intrecciata, tramite delle divagazioni, precise, attente, mai confusionarie, con la vita del protagonista il quale, con i suoi commenti disarmanti ma sempre precisi e sul pezzo, incita chi lo legge a seguire i propri sogni e a lasciarsi condurre dalla curiosità, perchè non è mai tardi per provarci (splendide le pagine dedicate alla parola ormai, con la quale rinunciamo sempre troppo presto ai nostri sogni, alle nostre aspirazioni e …esplorazioni).
Un libro indispensabile, da leggere tutto d’un fiato (che aspettate?).
Non sorprende che una interprete sensibile e intelligente come Angela Finocchiaro abbia voluto portarlo a teatro, accompagnata da Bruno Stori, che impersona Pierre Denys de Montfort (1766–1820), facendone il personaggio principale.
Finocchiaro e Stori sono affiancati da sette tra ragazzi e ragazze che animano, in tutti i sensi, la messinscena.
L’adattamento del romanzo, che vede la firma oltre che di Genovesi della stessa Finocchiaro e di Stori, parte da Angela imbottigliata nel traffico dell’autostrada diretta a una cena di lavoro, trascinata da un’onda marina nell’oceano dove si incontra con Montfort unendosi alla sua ricerca del Calamaro.
Questo incipit rende subito il senso fantastico del racconto (già anticipato da tre performer che, prima ancora dell’apertura del sipario, invitano il pubblico a seguirli nel loro circo, un circo marino…) restituendo così le notazioni sopra le righe che in Genovese sono dell’io narrante. C’è sempre un aspetto giocoso nella messinscena a cominciare dalla sagome delle automobili che descrivono l’imbottigliamento nel traffico con un gusto fumettistico o da disegno animato.
I ricordi di infanzia del protagonista diventano quelli di Angela e l’effetto tra il comico-buffo e l’elegiaco sono garantiti. C’è nel personaggio di Angela sempre una sorta di distratta nostalgia che dà particolare spessore a certi momenti dello spettacolo, come nella scena con la nonna, o nel finale (che non riveliamo) ma che commuove e fa pensare.
Dal versante della messinscena il regista Carlo Sciaccaluga prende a piene mani dalla tradizione teatrale e sfodera in maniera intelligente la grande fascinazione visiva del teatro.
Le onde del mare sono rese con un enorme telo manovrato dai e dalle sette performer che, di volta in volta impersonificano marinai, scienziati e scienziate, o restituiscono la presenza fantasmatica del calamaro gigante (anche tramite le ombre cinesi abilmente proiettate sullo sfondo di quinta). Una scena spoglia, tranne delle sartie ai lati del palco, che evocano le navi a vela d’altri tempi, che esiste solamente grazie all’azione scenica – e alle luci – secondo una tradizione artigianale del teatro magnificamente eseguita e che manca a teatro da tanto tempo. Una scenografia (di Anna Varaldo) che usa elementi mobili per evocare ambienti e situazioni mentre il palco, ricoperto i quinta da dei teli, si colora grazie a un uso accorto delle luci (di Gaetano La Mela), ora di blu come l’oceano ora di bianchi come la neve del nord…
Le videoproiezioni mostrano in animazione ora i tentacoli del calamaro, ora la figura enorme della nonna del personaggio Angela mentre racconta un ricordo della sua infanzia, quando sua nonna le confessò di riuscire a vedere il marito morto, convincendola solamente quando la donna le mostra che per vedere le stelle del cielo bisogna stare al buio, proprio lo stesso buio nel quale lei vede e parla col nonno…
Scene, illuminazione, proiezioni video e costumi, anche quelli molto indovinati, contribuiscono a una messinscena che non si basa solamente sulla parola ma su un teatro fisico-visivo che affascina e coinvolge dando allo spettacolo un senso di meraviglia, di mistero, di scoperta e di liberazione della fantasia che trova in questi accorgimenti della messinscena il correlativo oggettivo dell’afflato poetico del romanzo, che trova così facilmente una sua ri-collocazione.
Anche le musiche, emozionano e contribuiscono alla riuscita della messinscena, compresa la bella canzone del finale (Quante cose cominciano per Cala) .
Di Angela Finocchiaro non serve ricordare l’immensa bravura e la grazia e l’eleganza con cui abita la scena, bravissimi e bravissime i e le performer che creano la scena, mentre Stori incarna Montfort con la giusta credibilità.
Rispetto il romanzo la trasposizione teatrale sacrifica un po’ i commenti sul comportamento e il giudizio critico, meritatissimo, sull’establishment di quei professoroni che negano l’evidenza scientifica dando del ciarlatano a quegli scienziati che saranno rivalutati solo dopo la loro morte.
Avrebbe forse giovato allo spettacolo una minore presenza di scene che ricostruiscono incontri, scontri e danno voce a dei personaggi che nel romanzo parlano sempre indirettamente, tramite il racconto del protagonista, che rischiano di apparire didascaliche, a favore di un maggior commento informato com’è nel romanzo, mentre sulla scena Angela fa dei commenti da neofita (benché spassosissimi), perchè non conosce i dettagli ittici che Montfort cerca di spiegarle.
Così come dispiace che si perdano un po’ le belle notazioni sullo specifico femminile discriminato dalla scienza maschile e maschilista. Ma, si sa, una trasposizione da un medium a un altro richiede sempre delle scelte. Scelte condivise da Genovese che firma l’adattamento insieme a Finocchiaro e Stori.
L’adattamento teatrale de Il calamaro gigante sa reggere comunque il confronto con la fonte letteraria da cui scaturisce, senza troppi rimpianti dell’originale, grazie ai suoi interpreti e a una messinscena che incanta e fa spalancare al pubblico la bocca per la meraviglia, come si fa di solito durante l’infanzia.
Il Calamaro Gigante
dal romanzo omonimo di Fabio Genovesi
Adattamento di Fabio Genovesi, Angela Finocchiaro e Bruno Stori
Regia di Carlo Sciaccaluga
con Angela Finocchiaro e Bruno Stori
Martina Auddino, Marco Buldrassi, Simone Cammarata, Paola Fontana, Caterina Montanari, Francesca Santamaria Amato, Beniamino Zannoni
Musiche di Rocco Tanica e Diego Maggi
scene e costumi Anna Varaldo
disegno luci Gaetano La Mela
Video Willow Production (regia Niccolò Donatini) e Robin Studio
Ideazione creature marine Alessandro Baronio
Costumi Sartoria Teatrale Nanina
Visto per voi al teatro Parioli Costanzo il 14 febbraio 2026.
(17 febbraio 2026)
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