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La solitudine dell’osservatore: la danza di Thomas Hauert

Thomas Hauert di origini svizzere fonda a Bruxelles nel 1998 la compagnia ZOO, con la quale sviluppa un linguaggio coreografico basato sulla tensione tra libertà individuale e coordinazione collettiva.
Partendo dall’esplorazione profonda delle possibilità biomeccaniche del corpo umano Hauert approda a una ricerca sulla complessità del movimento umano, tramite l’uso dell’improvvisazione strutturata, un metodo di sua invenzione che permette ai danzatori e alle danzatrici di generare forme organiche e imprevedibili, all’impronta, pur mantenendo un’altissima precisione tecnica. Invece di dire al corpo di ballo “muovetevi come sentite“, Hauert impone dei vincoli precisi:”Muovi solo le articolazioni distali (polsi, caviglie) mantenendo il torso immobile” oppure “Inizia ogni movimento da un punto di contatto immaginario che si sposta nello spazio.” Questi limiti costringono il corpo a trovare soluzioni motorie che evitano i “cliché” del movimento coreutico tradizionale.
Come già nelle sue sue precedenti creazioni Syntropia (2023) ed Efeu (2022) Hauert indaga, con TROGLODYTE_ZAUNGAST/ZAUNKÖNIG, il rapporto tra vita interiore, le emozioni e l’inconscio come forza motrice del movimento.
In questo assolo Hauert parte da un nucleo tematico forte come quella dell’outsider, di chi non fa parte di un gruppo e osserva quel gruppo dall’esterno. Già il titolo contiene tutte le chiavi di lettura. Zaungast in tedesco significa letteralmente chi è ospite della staccionata. Zaunkönig, che letteralmente significa re della staccionata, è invece il nome tedesco dello Scricciolo, un piccolo uccello canoro che nidifica negli anfratti del terreno.
La parola Troglodyte (troglodita)  si riferisce agli abitatori di caverne o di uno spazio scavato nel terreno, proprio come lo Scricciolo. E come essere umano primitivo la parola ha anche un significato negativo di uomo rozzo, ignorante e grossolano.
Su questi elementi polisemantici Hauert costruisce la ricerca coreografica dell’assolo che restituisce al pubblico del teatro Ateneo di Roma  sotto forma di performance.
A sipario aperto il pubblico prende posto in sala mentre sul palcoscenico campeggia una lavagna su ruote sulla quale è appeso uno schermo digitale spento.

Quando la performance inizia lo schermo riproduce quel che viene ripreso da una webcam posta perpendicolarmente, al di là della lavagna rispetto al pubblico, sopra Hauert, il quale parla con la platea da dietro la lavagna, senza alzare la testa, grazie a degli occhiali dotati di piccoli specchi che, riflettendo i suoi occhi e ruotandone la prospettiva di 90 gradi verso l’alto, gli consentono di rivolgere virtualmente lo sguardo al pubblico.
In brevi, essenziali, descrizioni Hauert spiega il significato delle parole del titolo e ci racconta il mito di Esopo sullo Scricciolo che vinse la gara per diventare re degli uccelli imbrogliando  su chi volava più in alto nascondendosi nel piumaggio dell’Aquila. Tutte le spiegazioni avvengono dall’altra parte della lavagna, dove Hauert è visibile solamente in schermo. Grazie a questo dispositivo di ripresa siamo noi del pubblico ad essere ospiti del recinto, a rimanere sul margine di una divisione e osservare senza prendere posizione.

Hauert fa così vivere al pubblico la stessa condizione psicologica che lui indaga coreuticamente e che, a differenza nostra, va a sperimentare col movimento, cercando di saggiare le risposte fisiche del suo corpo così scandagliato nella psiche. Ne nascono dei movimenti altamente misurati e leggibili anche nell’aleatorietà della loro improvvisazione.
Ogni volta finita la spiegazione, dismessi gli occhiali con lo specchio, spento lo schermo, spostata la lavagna verso le quinte,  Hauert si prodiga in diverse esplorazioni dello spazio scenico per poi tornare a un nuovo momento di comunicazione e spiegazione con il pubblico alla quale segue un altro momento della coreografia.

Prima muove due tavoli di altezze diverse, posti su ruote, ai quali imprime il movimento nonostante ci sia sdraiato sopra, grazie a un piede che fa perno, al busto che impartisce energia cinetica, mentre i due tavoli si incastrano uno sotto l’altro (con lui sopra), tenuti insieme dal busto del performer o dai suoi arti.
Un movimento apparentemente semplice e che non richiede molta forza ma che, al contrario, richeide una energia e un controllo non indifferenti.

Quando poi si tratta di saggiare l’esperienza del limite del recinto e dell’osservazione dal limite e sul non prendere posizione, Hauert mette mano a un dispositivo scenico, una rete intrecciata con dei pezzi di legno che si autosostiene come un vero recinto. Attorno a questo feticcio di recinto il coreografo sviluppa un’interazione dinamica, un feticcio a partire dal quale, vicino e lontano dal quale, danza, si muove, compete, si emancipa e si sottomette. L’alfabeto coreutico vira così da gesti timidi e cauti a movimenti di grande rilievo compositivo, inclusi salti che evocano la tecnica dei jeté.

Il lavoro di Hauert si articola a stretto contatto con la musica che non viene scelta solamente dal versante ritmico o del registro ma anche da quello del contenuto. Così vale per il Discorso di Gagarin attorno alla terra di Mauro Lanza impiegando un’altra metafora su chi osserva dall’esterno. Proprio come lo Scricciolo guarda il mondo dal limite della staccionata, Gagarin è stato il primo osservatore esterno a  guardare la Terra da una distanza radicale… Oppure Salvatore Sciarrino il cui Frantumi e Autoritratto nella notte evoca l’oscurità della caverna (il troglodita) e l’introspezione psicologica di chi osserva il mondo da dietro una staccionata. È una musica che non “accompagna” la danza, ma ne condivide gli interstizi. Una partitura musicale composita per la cui selezione Hauert impiega un doppio registro tra brani dove la musica è architettura, rumore bianco, studio liminare attraverso i quali il corpo-macchina analizza lo spazio e brani dove la musica si fa emozione (Mahler, Talk Talk, Timothy & Lowe) e diffonde nella performance la fragilità mitologica dell’essere umano e della sua solitudine.

Hauert chiude la coreografia girando verso il pubblico l’altro lato della lavagna, sulla quale è segnata la citazione di una frase di Dostoevskij da Memorie dal sottosuolo: Ma la ragione non è che la ragione, e non soddisfa che la facoltà raziocinante dell’uomo a ricordare che la danza è quella parte della vita che non corrisponde a nessuna glossa, a nessuna spiegazione, a nessuna lavagna.

Hauert imbastisce un congegno coreografico che proietta il pubblico su quella medesima soglia di immobilità e indecisione che è proprio il punto di partenza di una ricerca coreutica articolata dove la leggerezza dello Scricciolo trova un confronto con le emozioni dell’uomo abitatore delle caverne.

Un nuovo vertice qualitativo per la stagione dell’Ateneo, che sta dimostrando una coerenza progettuale all’altezza delle più ambiziose aspettative.

TROGLODYTE_ZAUNGAST/ZAUNKÖNIG

Concept, direction, choreography, dance Thomas Hauert
Music Mauro Lanza, Discorso di Gagarin attorno alla terra, Salvatore Sciarrino, Frantumi, Jonny Greenwood, Popcorn Superhet Receiver: Pt. 2A, 2B, Gustav Mahler, Symphony No. 9, IV. Adagio (Sehr langsam), Talk Talk, I believe in you, Salvatore Sciarrino, Autoritratto nella notte, Duval Timothy & Rosie Lowe, Gonna Be
Costumes Chevalier-Masson
Light Bert Van Dijck
Scenography Thomas Hauert, Bert Van Dijck
Sound Bart Celis
Video Lukas Pich/ArtGrid, Lawrence Chatton
Production ZOO/Thomas Hauert

Visto per voi al teatro Ateneo di Roma il 19 febbraio 2026

(27 febbraio 2026)

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