Ascanio Celestini è un attore sui generis. Forse, se glielo chiedessimo, non amerebbe essere definito un attore, ma dal momento che calca le scene del Teatro Vascello di Roma per gli spettatori in sala è un attore a tutti gli effetti. Sui generis perché poco prima della replica, invece di stare in camerino come fanno tutti gli artisti, lui si aggira per il foyer a salutare amici e fan, a parlare dello spettacolo, ma anche degli altri appuntamenti passati, che i suoi estimatori gli ricordano con solerte memoria. Sui generis perché nei confronti del suo pubblico fa una riflessione che colpisce: quando penso allo spettacolo non penso al “pubblico”. Il “pubblico” è già una comunità. Io penso allo “spettatore”. Cioè a quello che arriva da solo. Il mio spettatore non è il letterato colto che ha letto la Recherche di Proust e cita Pasolini perché il padre è stato menato nel marzo del ’68. Il mio spettatore si è fatto una doccia veloce e ha parcheggiato in seconda fila per vedere il mio spettacolo in uno spazio raffazzonato in periferia. Magari è autunno e mi porta le castagne che ha raccolto tra i boschi dei Castelli Romani o mi dice che lo zio esodato dell’Autovox è morto depresso in una RSA o perché non gli hanno cambiato il catetere e ha avuto le vie urinarie in setticemia. E magari mi porta un disco che ha registrato con la parrocchia dove canta un’Ave Maria stonata, ma bella.
Il senso del nuovo spettacolo Poveri cristi è questo. In una scena piuttosto scarna, al centro c’è una porta bianca. Sembra sospesa nel vuoto. Sulla sommità un’asta alle cui estremità sono attaccate due lampade in corrispondenza di due sedie, dove siedono Ascanio Celestini e il fisarmonicista Gianluca Casadei. Nessun altro oggetto, tranne una scarpa spaiata lasciata a terra. Non c’è spazio per la distrazione, gli spettatori sono concentrati sui racconti che Celestini offre alla platea in un dialogo, che tecnicamente però è un monologo. Una di quelle rare situazioni in cui, anche se l’attore è in scena da solo, le sue parole arrivano al pubblico, rimbalzano e tornano indietro arricchite dal pensiero degli spettatori che partecipano attivamente allo spettacolo.
Chi sono i poveri cristi? Lo spiega lo stesso Celestini: sono l’ultimo della classe quando ci stavano le classi differenziali per i poveri; la pecora nera nel manicomio che risolveva il problema per quelli che stavano fuori, ma non per quelli che stavano dentro; quello che sta inchiodato a qualche malattia senza colpa, ma anche senza futuro. Il progetto, dunque, è quello di raccontare le storie degli ultimi, trovare le parole per chi le parole le ha perdute o non le ha mai avute. Ed è uno spettacolo sempre in mutamento, ogni sera cambia, ogni sera i protagonisti delle storie sono differenti per non lasciare indietro nessuno. Celestini li narra come santi, perché ogni giorno fanno il miracolo di restare al mondo.
Noi abbiamo ascoltato la vita di una prostituta, una ragazza che voleva farsi suora; poi si è innamorata e il ragazzo, prima di partire per il militare, ha voluto fare sesso con lei fuori dal matrimonio e la vita della donna si è rovinata per sempre, in un tempo in cui i rapporti sessuali erano accettati solo all’interno del vincolo matrimoniale, il peccato che l’ha costretta a imboccare la strada della prostituzione. Abbiamo condiviso il dolore di un facchino, lo sfruttamento sul lavoro, un figlio disabile da mantenere e infine un breve racconto dal titolo La mia generazione, un uomo nato nel 1972 che ripercorre la sua esistenza attraverso i più importanti fatti politici ed eventi storici italiani di quegli anni. Su questo aspetto Ascanio Celestini aggiunge: c’è un motivo per il quale racconto, le mie storie. Me lo ha detto Sisto Quaranta, rastrellato il 17 aprile del ’44 al Quadraro. Quando gli ho chiesto “Perché non avete mai raccontato la vostra storia?” Lui mi ha risposto “io l’ho sempre raccontata, ma tra noi non c’erano gli scrittori, i registi del cinema”. Cioè non è vero che la Storia la scrivono i vincitori. La Storia la scrive chi la sa raccontare. Perciò è compito nostro, di noi scrittori, di noi autori, scrivere la storia di tutti. Soprattutto di quelli che non la sanno scrivere.
Ogni pezzo è accompagnato dalla fisarmonica di Gianluca Casadei. Il lavoro di entrambi gli artisti è l’ascolto delle storie e la composizione della musica durante il racconto in una sorta di improvvisazione che si ripete ogni sera, un’improvvisazione in stile jazz.
Poveri Cristi è anche un romanzo pubblicato nel 2025 con Einaudi. Il romanzo comincia così: “Cristo non è sceso dal cielo, ma è salito dalla terra. Questa è la prima frase, ma potrebbe finire qui”. Conclude Celestini: davvero il racconto potrebbe finire dopo questa frase perché i personaggi della mia storia sembra che non abbiano nessun rapporto con tutto ciò che sta in alto. Né col potere politico, economico, militare o religioso; né con le vette della letteratura, della scienza o con le aspettative, i sogni di chi aspira a diventare famoso; né coi quartieri alti, le ricche città coi grattacieli; e probabilmente nemmeno con le terrazze fiorite dalla quali vedere un bel panorama. Ma forse è proprio questa loro vita da ultimi che, come nella parabola di Gesù, dopo aver subito torti li porterà ad essere primi.
Poveri Cristi
di e con Ascanio Celestini
e con Gianluca Casadei alla fisarmonica
produzione Fabbrica, Teatro Carcano
Visto per voi al Teatro Vascello di Roma il 17 febbraio 2026.
(18 febbraio 2026)
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