A Naked Love si propone di parlare, attraverso dieci racconti staccati e indipendenti (…) del rapporto uomo-donna e della gestione della sessualità come si legge nel dépliant dello spettacolo.
In questo racconto molteplice si intrecciano corpo, sesso e sentimenti.
Il punto di partenza è quel corpo che, per l’occasione, viene mostrato dagli e dalle interpreti nella sua nudità totale. Una nudità mai fine a se stessa ma sempre giustificata dalla situazione.
Una giovane ragazza decide di spogliarsi davanti allo specchio e guardarsi per quel che è mostrandosi nuda anche al pubblico.
Una giovane donna su una sedia a rotelle afferma il proprio diritto ad amarsi e toccarsi, non più il tocco estraneo magari scaturito dalla cura (senza mani altrui addosso, a sorreggermi, a spostarmi o a pilotarmi. Mi amo come voglio io. E la mia mano diventa un’altra mano che mi accarezza, non per compassione, ma per eccitamento. E non per servizio, ma perché trovo piacere nel farlo). Uno dei momenti più interessanti dello spettacolo.
Una coppia si benda per un approccio al corpo che non coinvolga la vista.
Un ragazzo e una ragazza scrivono un diario, raccontando della persona amata, un ragazzo. I due diari vengono declamati confrontando storie, vissuti, aspettative, delusioni e frustrazioni.
Una donna racconta di uno stupro subito nel momento del suo svolgersi.
Una donna dice di non provare nulla quando tocca il corpo del suo partner…
Lo spettacolo, nel suo dipanarsi, solleva più di qualche perplessità a cominciare dalla drammaturgia.
Queste dieci storie sono introdotte e commentate da una voce maschile registrata che nulla aggiunge e molto toglie ai singoli capitoli, con delle considerazioni che pescano a piene mani dai luoghi comuni da rotocalco, o da programmi di intrattenimento televisivo pomeridiano (amore è quel primo batticuore (…) il coraggio di una madre che si fa piccola in disparte al momento giusto. Ed è amore accudirti quando sei ormai l’ombra di ciò che sei stato).
La voce maschile sempre la stessa, sembra suggerire un punto di vista ufficiale, unico, normativo da restituire con autorevolezza maschile.
Il punto di vista dello spettacolo infatti, anche quando a parlare sono le donne, è squisitamente (l’aggettivo è ironico) maschile. Maschile è l’immaginario collettivo dal quale queste storie sono costruite (e commentate). Un immaginario eteronormato e larvatamente sessista.
Non si capisce infatti perchè il capitolo dedicato a decantare la bellezza e il desiderio per il seno femminile (una filastrocca, anche piacevole) debba avere come protagonisti due uomini, come se le donne non possano amare o desiderare quella pare del corpo.
Nel capitolo dedicato alla contrapposizione tra l’amore aulico e quello più prosaico, il testo tradisce la sua simpatia per l’amore prosaico, dipingendo l’amore aulico con dei tratti poco autorevoli, poco virili, pescando dal luogo comune, ormai davvero antico, che l’uomo grezzo (uno spassosissimo Gabryel Kool) sia più verace di quello elegante (l’altrettanto bravo Guido Turchi).
Il capitolo dedicato alla donna seduttrice è sviluppato con una canzone semi-blues (la definizione è del dépliant) che dipinge la classica femme fatale. A cantarla è un personaggio femminile che si illude così di affermare una rivincita sull’uomo confermando invece tutti gli stereotipi sulle donne e facendo dell’uomo sedotto la vera vittima (l’uomo, l’autore di femminicidi e stupri, una vittima…).
Quando la ragazza diversamente magra rivendica il proprio diritto ad avere un corpo e a farselo piacere, questa rivendicazione non mette davvero in discussione gli standard di bellezza ma sortisce sul pubblico l’effetto contrario facendolo sentire magnanimo perchè concede normalità a un corpo che normale non è, invece di sovvertire il concetto stesso di normalità…
Gli strumenti culturali con cui sono scritti i capitoli e con cui viene sviluppata la drammaturgia risentono di un impianto alquanto vetusto, che possiamo collocare all’inizio degli anni ottanta, quando, dopo il 68 e la rivoluzione sessuale e femminista, si è tornati al privato borghese. Se negli anni settanta si diceva che anche il privato è politico in quegli anni si iniziò a dire che anche il politico era privato.
Il testo omette completamente la parte pubblica e sociale del pubblico ludibrio come se la preoccupazione per un copro non conforme, per un orientamento sessuale, altro, nascessero e si consumassero nell’alveo intimo dell’individualità e non avessero invece una componente collettiva ignorando la pressione sociale.
Manca al testo la nozione di performatività di genere, come se i corpi dati fossero solamente quelli maschile e femminile, e dove la bisessualità (o l’asessualità) non sono contemplate.
Ma anche a voler tralasciare l’aspetto queer un’altra omissione evidente è quella del corpo e del sesso delle persone anziane che nello spettacolo non vengono annoverate. Si potrà pure essere gay o grasse ma si è sempre giovani, sotto i quaranta…
Questi ci sembrano i limiti più imperdonabili dello spettacolo, un’occasione persa di confrontarci con dei temi seri, attuali, terribilmente urgenti che però A Naked Love riesce solamente a sfiorare.
Nonostante questi limiti lo spettacolo sa farsi vedere grazie ai suoi e alle sue interpreti, che cambiano da una tournée all’altra. Kool e Turchi giocano in casa con un testo sbilanciato a favore dell’uomo, al quale sanno però dare coerenza e credibilità. Daniela Saccoccio (che ci sarebbe piaciuto vedere di più in scena) ci restituisce dei personaggi fieri, vivi, scritti nella sua persona e portati in scena con fierezza, mentre Elisa Borsoi è brava quando canta, è brava quando interpreta la ragazza che si spoglia perchè si piace e quando interpreta la donna che subisce uno stupro). Grazie alla sincerità disarmante della loro recitazione, sanno accendere discorsi e pratiche del corpo che, nonostante i testi, ci regalano attimi di disarmante verità.
Nell’incontro con il pubblico che è seguito allo spettacolo, il regista, alla nostra domanda sul perchè dell’effeminatezza dell’uomo aulico ha risposto dicendo che il personaggio non era omosessuale, tradendo un collegamento tra effeminatezza e omosessualità maschile che stava tutta nella sua testa e non certo nella nostra domanda.
Evidentemente il luogo comune che vuole che chi fa far rima a cuore con amore sia meno autorevole di chi invece pensa al sesso come fosse del cibo, è pescata dallo stesso bacino di significato patriarcale che vede l’omosessualità maschile come un ammanco di potenza virile. E quando il regista ha risposto che avrebbe preso in considerazione di cambiare attore (che invece era stato bravissimo) abbiamo risposto che si poteva anche pensare di cambiare regista.
A Naked love è uno spettacolo che deve tutto ai suoi e alle sue interpreti, che sanno regalare al pubblico emozioni autentiche, momenti di grande verità e anche di gran divertimento.
Degli attori e delle attrici che avrebbero forse meritato dei testi più all’altezza della loro umanità.
A NAKED LOVE
di Gabriele De Pasquale.
con Gabryel Kool, Daniela Saccoccio, Guido Turchi, Elisa Borsoi.
Visto per voi al Teatro di documenti di Roma il 30 gennaio 2026
(15 febbraio 2026)
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