C’è molta claustrofobia nell’opera del drammaturgo statunitense Eugene O’Neill, Lungo viaggio verso la notte, in scena al Teatro Argentina di Roma. A partire dalla scenografia, a sipario aperto, un salotto di una casa borghese, divani, tavoli, molte sedie, molte lampade e due altissime librerie che si elevano fino al soffitto. Ma la vista dalla platea è inframmezzata da grate di ferro. L’intera rappresentazione si svolge al di là di queste sbarre per dichiarare sin da subito, senza ambiguità, che il luogo della scena è una prigione per gli attori.
Gabriele Lavia, regista della pièce e attore nel ruolo del protagonista, il capofamiglia James Tyrone, ha scelto di seguire nell’ambientazione l’atmosfera cupa del testo di O’Neill, un’opera-confessione che scava negli abissi di un fallimento familiare senza riscatto. L’azione si svolge lungo l’arco di un’intera interminabile nottata, segnata da una forte nebbia che tutto nasconde, il presente e il passato, mentre una sirena suona senza sosta per avvisare gli abitanti della zona del costante pericolo della fitta coltre che tutto ammanta. Una sirena che inquieta la famiglia Tyrone, non li lascia riposare tranquilli, agita le loro coscienze in un susseguirsi di rivelazioni, rimpianti e rimorsi distruttivi della loro precaria unione.
L’opera è un’impietosa confessione autobiografica, un viaggio spietato all’indietro nella memoria dell’autore: la “casa-prigione” descritta da O’Neill è il riflesso della sua infanzia, segnata da un padre attore di successo e da legami corrosi dal tormento. Anche il capofamiglia James Tyrone è un attore sul viale del tramonto, cinico, spietato. Non abbandona mai il palcoscenico della vita, comunica attraverso pezzi di monologhi da famose opere da lui interpretati durante la carriera artistica. Dice di amare la moglie Mary Tyrone (Federica Di Martino), sposati da trentasei anni, ma a ben vedere si tratta di dichiarazioni vacue, se la donna è ormai entrata nel vortice della morfina, l’unica sostanza che le permette di sopravvivere allo sfacelo familiare. La moglie ama quella nebbia persistente: mi piace la nebbia, dice, cancella il mondo, cancella i pensieri. Accanto alla coppia, ci sono i due figli. Il primogenito Jamie (Jacopo Venturiero), dedito all’alcol e alle prostitute, e il secondogenito Edmund (Ian Gualdani), tubercolotico, anche lui sempre dietro a bottiglie di whisky seguendo l’esempio del padre: la sua nascita è stata la causa della dipendenza da droga della madre e di conseguenza dei suoi perenni sensi di colpa. Entrambi i figli sono lacerati da una lotta autodistruttiva tra amore e riscatto. Fa parte della famiglia anche la cameriera Cathleen (Beatrice Ceccherin), confidente e complice della disperazione della famiglia affogata nel whisky.
Tra i deliri teatrali di James Tyrone, quelli da oppiacei della moglie Mary, tra le feroci contese dei due fratelli, l’opera mette in scena un cortocircuito di accuse e tenerezze, in un’atmosfera intrisa di quella violenza psicologica che solo i legami di sangue sanno generare. «“La casa-prigione della “famigliaccia” che O’Neill ci racconta, in fondo, è proprio casa sua – afferma Gabriele Lavia – qui sta il cammino tortuoso di una possibile messa-in-scena-viaggio di quest’opera, davvero amara, scritta da O’Neill ormai vicino alla morte per fare “un viaggio all’indietro” nella sua vita. Un viaggio impietoso dentro l’amarezza di un fallimento senza riscatto. Le vite degli uomini sono fatte di tenerezza e violenza. Di Amore e disprezzo. Comprensione e rigetto. Di famiglia e della sua rovina.»
Uno spettacolo che è un classico, data la bravura indiscussa degli attori, ma con una regia fin troppo corretta, che non lascia spazio a guizzi di creatività, e con un finale che purtroppo scivola via, senza davvero mettere un punto alla vicenda.
Lungo viaggio verso la notte vanta una storia illustre: l’opera ha avuto numerose messe in scena in tutto il mondo, con la prima in Italia nel 1957 al Teatro Valle di Roma per la regia Renzo Ricci. Dell’opera, Sidney Lumet diresse la regia per il primo adattamento cinematografico nel 1962, con Katharine Hepburn e Ralph Richardson.
Lungo viaggio verso la notte
di Eugene O’Neill
traduzione Bruno Fonzi
adattamento Chiara De Marchi
regia Gabriele Lavia
con Gabriele Lavia (James Tyrone), Federica Di Martino (Mary Tyrone, sua moglie)
e con Jacopo Venturiero (Jamie Tyrone, loro primogenito), Ian Gualdani (Edmund Tyrone, secondogenito), Beatrice Ceccherin (Cathleen, cameriera)
scene Alessandro Camera
costumi Andrea Viotti
musiche Andrea Nicolini
luci Giuseppe Filipponio
suono Riccardo Benassi
produzione Effimera – Fondazione Teatro della Toscana
Visto per voi al Teatro Argentina di Roma il 13 febbraio 2026.
(14 febbraio 2026)
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