Iniziamo dalla fine. La sala del Teatro Vascello di Roma gremita. Applausi a non finire, uno spettacolo emozionante. Giù ad applaudire ancora e tanta voglia di piangere. Ecco le conseguenze di Misurare il salto delle rane di Carrozzeria Orfeo, testo scritto con arguzia e profondità, recitato con maestria dalle tre attrici in scena.
Si apre il sipario e già sulle note della musica entriamo nella storia, ancor prima delle battute iniziali. Siamo in un villaggio di pescatori negli anni ‘90, sulla sinistra l’interno di una tipica casa in legno, fuori un piccolo magazzino dove conservare la legna per l’inverno. A pochi passi c’è il lago, nero, profondo, uno specchio d’acqua lugubre con la sua scogliera centinaia di metri più in basso, che interroga gli abitanti sull’effetto che farebbe lanciarsi su quelle rocce viscide. Su una panchina è seduta Iris (Noemi Apuzzo). Aziona ripetutamente un registratore nel quale archivia i suoi pensieri per fare ordine a sentimenti confusi. Parla di amore, di dolore, di piccole gioie che, se vissute appieno, ci libererebbero dal peso della ricerca della felicità.
Sull’altro lato della scena, interno di famiglia. Lori (Elsa Bossi), una donna più anziana, vive con sua nipote Betti (Chiara Stoppa), ragazza esuberante con la fissazione, tra le tante, per la rana Froggy, che porta dentro un contenitore nero e allena per raggiungere il record del salto in alto, e per delle praline colorate di cioccolato che cerca disperatamente in casa e per le quali litiga con la zia. Un pretesto per sottolineare il suo disprezzo per Lori, che l’ha cresciuta senza volerlo veramente.
Iris, la ragazza della panchina, inaspettatamente si presenta dalle due donne per riportare loro una bottiglia con un messaggio, trovata nella palude melmosa accanto alla casa. Il biglietto è della figlia di Lori, morta suicida nel maledetto lago venti anni prima. Un dolore che si riapre per l’anziana donna e anche per Betti, che con la ragazza aveva una relazione strettissima, tanto da considerarla come una sorella.
La bottiglia è una miccia per il fragile rapporto tra zia e nipote. È pure l’occasione per Iris di ripensare la relazione con il fidanzato storico: un vortice di amore e dolore che avvolge le tre protagoniste, sentimenti che non smettono di rincorrersi lungo tutto l’arco della narrazione. Da qui parte un viaggio nell’intimità di tre esistenze femminili che si specchiano l’una nell’altra e che, in modo diverso, rifiutano etichette imposte dall’esterno. Una narrazione tutta al femminile.
La freddezza e la rigidità di Lori è il risultato di venti anni di rimozione della morte della figlia. Lei forse non ne è consapevole, ma in realtà non ha mai smesso di pensare alla tragica notte dei Santi, gelida come l’attuale, quella del salto della ragazza nel vuoto liquido della notte. Non l’ha mai sotterrato veramente quel ricordo, se ogni notte dei Santi Lori chiama una radio locale per dedicare una canzone alla figlia, la stupenda Little Girl Blue di Janis Joplin. Le note risuonano in sala e il pubblico ammutolisce nella tensione del dolore che cattura tutti e ci fa entrare nella casa di Lori e volerla abbracciare nel buio inconsolabile.
Il contraltare della zia è Betti con la sua rana Froggy, unica ragione di vita insieme alle praline di cioccolato. Lei, considerata una pazza, ripone nella rana la possibilità di un riscatto, nel desiderio di essere accettata da una comunità chiusa, come quella del villaggio, che allo stesso tempo respinge per i suoi riti arcaici e ferali soprattutto nei confronti delle donne.
Della morte e del dolore zia e nipote non hanno mai parlato. Nemmeno di amore. Betti è ferma a un bacio sfuggito durante la festa in un’altra notte dei Santi, l’amato ragazzo, uno smilzo poco attraente, che per lei rappresentava tutto, fino a quando un parroco troppo solerte li separò a pochi centimetri da quel bacio. Betti è alla costante ricerca di quell’amore sfumato, non lo trova nella zia rinchiusa in un dolore indicibile, lo manifesta in un’esuberanza a tratti eccessiva, sperduta nella vita dietro alla sua rana e a piccoli grandi furti, e a un’altra fissazione, quella di prendere a martellate i maschi abusanti, i maschi che non rispettano il genere femminile, quelli stupidì che si meritano una lezione definitiva.
La relazione tra Lori e Betti non può essere di certo lineare, eppure un equilibrio inaspettato si ristabilisce con l’arrivo della ragazza della bottiglia. Da quel momento in poi il dolore non può più essere negato, non si può più fare finta di niente. Betti sembra stregata da Iris: la ragazza incarna quell’amore di cui è alla ricerca spasmodica. Bellissimo il dialogo tra le due donne nell’irruenza e ironia recitativa di Betti e nella riflessione intima di Iris. Per lei, Betti ha negli occhi un temporale sul punto di esplodere. Per Betti, lei è la ragazza venuta dall’altra parte, la curiosità di conoscere come si vive lontano dal paese. Le chiede del fidanzato, di cosa fanno, se fanno porcherie. Esilarante il pezzo in cui Iris racconta a Betty che il massimo desiderio è aspettare la notte per mettersi a letto e fare mignolo a mignolo con lui, mentre il serio problema è dal piede in su. Betti non resiste alle confessioni della ragazza e la prima cosa che le viene in mente è svelarle un segreto di famiglia, tramandato di generazione in generazione, sulla tecnica di come masturbarsi per raggiungere il massimo del piacere, visto che gli uomini sono incapaci in materia e si meritano solo di essere presi a martellate.
Il segreto però è anche un altro. Sta in quel messaggio della bottiglia che Lori non vuole leggere, ma che Iris conosce bene e perciò sta cercando un uomo smilzo nel paese. Nella storia si sveleranno parecchi fatti, che agganciano il pubblico alla vicenda di questo terzetto di donne. La bottiglia le ha unite inaspettatamente in una solidarietà sghemba che però le aiuta a ricomporre i tasselli dispersi di amore e dolore, e tanta solitudine in un paese immerso nel freddo del lago, un luogo malsano dove anche gli altri abitanti sono essere strani, hanno soprannomi strani, un microcosmo sospeso tra arcaismo e quotidianità, dove una piccola comunità persiste ancorata a consuetudini superate.
Misurare il salto delle rane è uno spettacolo dove si ride, si piange, ci si arrabbia. Vuole essere un’indagine poetica e tragicomica sulla condizione umana contemporanea. E’ un testo politico e femminista, è il desiderio di entrare in quelle relazioni e di partecipare al dolore delle tre protagoniste. Tre età, tre mondi, tre stagioni della vita che si intrecciano nelle loro esistenze, scavate da lutti e assenze, ma anche da rinascite, alleanze e complicità profonde. Misurare il salto delle rane è in fondo un invito a confrontarsi con i propri limiti, a cercare la bellezza nei gesti semplici, in piccoli atti di trasformazione dove pare non accadere nulla. È un’ode alla complessità dell’essere umano, con la sua infinita capacità di perdersi e ritrovarsi, tra ciò che ci definisce e ciò che ci supera.
E torniamo all’inizio che è poi la fine. Anche se Lori non leggerà mai il messaggio della bottiglia, basta una sola domanda a Iris per conoscerne il contenuto. Si ricompone il cerchio, si spengono le luci, scattano gli applausi insieme a quella voglia incontenibile di piangere.
Misurare il salto delle rane
Uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo
Premio della Critica A.N.C.T. 2025
Drammaturgia Gabriele Di Luca
Regia Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti
Con (in o.a.)
Noemi Apuzzo (Iris), Elsa Bossi (Lori), Chiara Stoppa (Betti)
Assistente alla regia
Matteo Berardinelli
Musiche originali
Massimiliano Setti
Scene
Enzo Mologni
Costumi
Elisabetta Zinelli
Ideazione luci
Carrozzeria OrfeoDirezione tecnica e luci Silvia Laureti Macchinista Cecilia Sacchi
Una produzione Fondazione Teatro Due, Accademia Perduta/Romagna Teatri, Teatro Stabile d’Abruzzo, Teatri di Bari e Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival
in collaborazione con Asti Teatro 47
Visto per voi al Teatro Vascello di Roma il 6 febbraio 2026.
(8 febbraio 2026)
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