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Pornografico Vaudeville: ecco i ragazzi del post-patriarcato

Si fa fatica a entrare dentro Pornografico Vaudeville. All’inizio non capiamo cosa succede, chi sono i personaggi che vediamo, cosa stanno facendo e perchè.
Il testo illustra tre situazioni differenti che si alternano senza soluzione di continuità su parti diverse del palco, opportunamente illuminate o meno.
Un ragazzo, che è già presente in scena quando il pubblico prende posto in sala, chiede al suo fidanzato il perchè di uno strano manifesto che ha trovato fra le sue carte.
Due amici attori non sanno come comportarsi quando un amico comune li invita a cena per presentare loro la fidanzata che risulta essere una inerme bambola gonfiabile.
Un ventriloquo e il suo pupazzo interagiscono: il pupazzo si sta preparando a un appuntamento galante ed è preso dall’ansia…
In ognuna di queste situazioni è presente un elemento disturbante che si sviluppa man mano che lo spettacolo si snoda, e l’aspetto grottesco, che all’inizio fa ridere il pubblico, ben presto lascia spazio a un portato doloroso che diffonde tra il pubblico un silenzio sempre più deciso.
La stranezza delle tre situazioni, diversa per ordine e grado, collassa sempre in un punto di dolore esistenziale per il quale non c’è risata che regga, nemmeno quella esorcizzante così bene spiegata da Freud.
Se il pupazzo ventriloquo – che ben presto torna ad avere la voce dell’uomo che lo fa parlare – ammette di non reggere il confronto con il cameriere che lo ha servito alla cena con la ragazza che era uscito a incontrare, confessando di non sentirsi adeguato, di sapere di non avere un corpo abbastanza prestante e virile, il ragazzo in coppia con un altro ragazzo vuole riempirsi d’aria per sottrarsi a ogni determinismo di genere e sparire, mentre il ragazzo fidanzato con la bambola gonfiabile prima invita i due amici a picchiare e insultare la sua fidanzata e poi li invita a fare lo stesso con lui. I due amici allora litigano tra di loro perchè uno vorrebbe assecondarlo e l’altro invece lo vuole difendere…
Quado il ragazzo in coppia spiega e rivendica il proprio diritto a disporre del suo corpo proprio come vuole e lui vuole essere dilatato gonfiarsi d’aria per scomparire ecco che il suo fidanzato teneramente inizia a soffiargli aria con il gesto di cura di chi cerca di far respirare chi non ci riesce, di chi invita a una
respirazione che calma. E mentre una voce femminile, che nell’incipit dello spettacolo aveva sciorinato i dati (un po’ sui generis) sulle abitudini masturbatorie degli uomini (è già questa generalizzazione a suonare finta la maggior parte degli uomini: di quale età, di che provenienza geografica? di quale campione?), conclude dicendo ma che brutta scena il silenzio del pubblico che si era fatto pressoché totale esplode in un applauso liberatorio perchè tutto il pubblico è stato toccato, chiamato in causa e messo in discussione.

Il testo di Stefano Poeta ha la grande forza di parlare chiaro e portare in scena la fragilità virile della nuova generazione di uomini, di ragazzi, schiacciati tra il peso dei ruoli di genere e la rabbia nei confronti dell’altro genere rispetto al quale si sentono inadeguati.
Una inadeguatezza che non è solamente di ruolo (poco virili, poco prestanti, oppure disgustati dall’appartenenza a una categoria violenta) ma che tocca anche un aspetto ontologico. I personaggi di Poeta hanno bisogno di una nuova grammatica dell’esistenza che cercano disperatamente nelle macerie della grammatica precedente, quella che è stata distrutta dal sessantotto, dal femminismo, dal movimento di liberazione sessuale, che non ha saputo costruire un linguaggio altro ma che si è limitato a sbriciolarsi nel solipsismo di un individualismo esistenziale che non risparmia nessuno.
L’onanismo con cui si apre lo spettacolo è un chiaro indicatore dell’incapacità del maschio contemporaneo di intessere relazioni con altri essere umani del proprio e dell’altro genere.
Se in una famosa battuta di Woody Allen la masturbazione è sesso fatto con qualcuno che ami ora quel che manca, sembra dirci Poeta, è proprio l’amore per se stessi, la conoscenza di sé, la sicurezza di essere all’altezza, di avere diritto a una storia d’amore anche se si è troppo poco.
Una inadeguatezza che si esprime diversamente.
C’è chi picchia le donne perchè non riesce a vederle se non come delle prostitute da insultare e rivolge la stessa violenza su se stesso perchè gli fanno schifo quelli del suo stesso genere perché se la pensa così la colpa è loro.
C’è chi vuole disporre del suo corpo per diventare altro e per farlo vuole annientarsi gonfiandosi d’aria.
C’è chi si sente inadeguato fisicamente e non a caso è un pupazzo da ventriloquo…
Poeta non si lascia tentare dal sentimentalismo, non mostra pietà per i suoi personaggi anzi li dipinge con sfacciata ironia, con uno sguardo lucido che restituisce tutto il loro portato grottesco senza dispiacersi.

Questo non gli impedisce di vedere i propri personaggi, di comprenderli con uno sguardo totale che ne coglie la loro essenza e di portarli in scena mostrandoli per quel che sono facendone un atto di disperata richiesta di aiuto.
Poeta mostra al pubblico il maschio del post patriarcato senza il sostegno degli antichi privilegi disperatamente alla ricerca di una struttura sociale, morale, esistenziale che lo sorregga.
Poeta firma anche la regia, tradendo certe velleità totipotenti della gioventù,  ma ha talento sufficiente da sostenere la più ardita ambizione. La sua messinscena è impeccabile, misuratissima e controllata.
Tra i tanti esempi ci piace ricordare il momento in cui, in un cambio di scena tra una situazione e l’altra, i due ragazzi che litigano rimangono per terra avvinghiati nel gesto di lite, immobili, per tutta la scena successiva, e si svincolano dal gesto di competizione fisica solamente quando parte la canzone di Cocciante Quando finisce un amore e arriviamo alla fine dello spettacolo.
Poeta impiega un’attenzione ai controscena (o ai fuoriscena se possiamo esprimerci così) quando cioè gli attori delle altre situazioni non sono chiamati a recitare in quel momento ma rimangono comunque presenti, visibili, anche se al buio, davvero potente e funzionale alla drammaturgia.

A contribuire al risultato sono anche gli interpreti che danno corpo e anima a dei personaggi tutt’altro che facili.
Così Andrea De Luca sa essere credibile come ragazzo in una relazione omoaffettiva senza impiegare alcun cliché, proprio come il suo compagno di vita nella finzione, Michele Montironi, schiacciato dal peso di una determinazione di genere che costringe il suo corpo da volerlo dissolvere, che sa restituire questo malessere senza mai calcare la mano, senza giocare d’effetto.
Altrettanto convincente è Luca Zaffanella, il ragazzo ventriloquo, che sa magistralmente cambiare registro vocale quando il racconto del pupazzo assume sempre di più la voce del suo animatore.
Bravi anche Giovanni Conti, Gabriele Enrico e Gianluca Scaccia, i tre interpreti della scena con la bambola gonfiabile, che hanno piena padronanza del loro corpo tramite il quale restituire le proprie emozioni anche fisicamente.

Tante le letture figurali, le allegorie che certi elementi della pièce suggeriscono.
La marionetta animata dal ventriloquo come metafora dei ruoli di genere che cominciano a stare stretti ai ragazzi di oggi; la fidanzata bambola gonfiabile che sembra un tropo di tutto quel che per il (post)patriarcato è desiderabile in una ragazza(silente, immobile, sessualmente disponibile), mentre in realtà è il fidanzato …organico, in carne ed ossa,  che vuol essere maltrattato, che vuole essere una volta tanto l’oggetto di attenzione (dei suoi pari prima ancora che delle donne), non il soggetto che deve agire.
E infine la dissoluzione totale del corpo, slegato a qualunque genere, che porta a una vocazione suicidaria cui risponde un amore senza compromessi e senza limiti in quel soffio vitale che viene dato per vocazione alla cura che anche gli uomini,  e non solamente quelli non etero, hanno imparato, anche gli amici del fidanzato con la bambola gonfiabile lo assecondano per affetto e non per convenzione sociale o imbarazzo.

Pornografico vaudeville è uno spettacolo che sorprende per la sincerità di quanto racconta per la mancanza di retorica con cui lo racconta  e l’efficacia degli strumenti usati per presentare una questione viva e presente, contemporanea e urgente.
Un altro spettacolo che continua a confermare il motto del teatro Altrove soltanto pezzi di bravura.

PORNOGRAFICO VAUDEVILLE
O manifesto sul nulla

Con Giovanni Conti; Andrea De Luca; Gabriele Enrico; Michele Montironi; Gianluca Scaccia; Luca Zaffanella
Drammaturgia e regia Stefano Poeta

Visto per voi all’Altrove Teatro Studio il 18 gennaio 2026

(5 febbraio  2026)

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