Aut aut è uno spettacolo della Margot Theatre Company che propone una lettura dell’opera del filosofo danese Søren Kierkegaard, interpretata alla luce delle urgenze dell’attualità (…) come il confronto continuo con gli altri, l’ansia sociale e la ricerca di identità personale, come si legge nelle note di sala.
L’aut-aut di Kierkegaard esprime l’esigenza di una scelta tra una vita estetica (la vita di chi non sceglie e non si impegna mai completamente per non escludere tutte le altre possibilità) e una vita etica (la vita cioè di chi sceglie di scegliere assumendosi la responsabilità della propria vita e della propria identità).
A inizio spettacolo una ragazza cinta da una corona d’alloro si rivolge a persone immaginarie ringraziandole per le parole che le dicono (che non sentiamo) e dà loro delle risposte tutte allusive e prive di una vero contenuto semantico, locuzioni fatiche (ma no, infatti) deistiche (lo penso anche io; poi sarebbe troppo…).
Queste risposte di circostanza diventano sempre più parossistiche finché si trasformano in una energia che muove il corpo e la parola si silenzia. Rimangono i gesti, la bocca ancora si muove ma non stiamo più alcun suono. Il teatro di parola lascia spazio al teatro fisico, un teatro fatto di gesti, mimica, movimenti, che si avvicinano ma travalicano la coreografia.
Tre figure, due ragazze e un ragazzo, compaiono in scena, da sole o insieme, a tratti in relazione fisica, ance attraverso una valigia marrone, che contiene tutti gli attrezzi di scena e i costumi, a tratti chiuse nelle proprie idiosincrasie, fatte di ripetizioni e variazioni.
Una ragazza continua a indossare dei vestiti interi, uno sopra l’altro, e ogni volta ne sembra contenta, saltella, sorride, ma presto l’entusiasmo sfuma.
L’altra ragazza tira fuori dalla valigia dei cartoni coi quali ricompone delle scatole di diverse dimensioni accatastandole l’una contro l’altra.
Il ragazzo si rivolge al pubblico parlando concitatamente , senza emettere suono alcuno, cingendosi il viso di diverse cornici di legno, vuote, senza vetro, di diverse dimensioni. Quando la cornice è abbastanza grande il ragazzo ci passa attraverso, un braccio alla volta. I tre personaggi, quando non sono presi da se stessi, interagiscono tra di loro spesso avendo come fulcro la valigia (in uno dei quadri più suggestivi, grazie a un gioco di luce e buio, si alternano a reggere la valigia senza soluzione di continuità nella stessa posa).
I movimenti sono fluidi, sostenuti dalla grammatica coreografica, ma appartengono squisitamente al teatro fisico che cerca nel gesto, nell’azione, la restituzione di un’emozione, di quell’energia che muove il corpo, risalendo alla superficie dall’interno, dalla parte più profonda dell’io di ogni persona.
L’esecuzione è impeccabile, la capacità di lavorare in sinergia sorprendente e le emozioni e le intenzioni di ogni personaggio sono chiare e arrivano al pubblico direttamente alla sua pancia, emozionandolo.
Ogni personaggio presente in scena, ogni azione, ogni relazione, è in linea con il testo di Kierkegaard e ne esemplifica un passaggio o una considerazione.
Il corpo è espressione dell’Angoscia, quel sentimento del possibile che, dice Kierkegaard, è la vertigine che proviamo davanti alla libertà assoluta di scelta.
La contrapposizione tra chi vive secondo l’estetica e chi secondo l’etica viene restituito espressivamente dalla regia. Ai ritmi veloci delle scene di gruppo, sostenuti da un uso espressivo delle luci, che restituiscono la continua ricerca di stimoli dell’esteta, si contrappongono i gesti individuali, più netti, più composti, dei singoli personaggi, alla ricerca di quell’identità che Kierkegaard credeva possibile costruire solamente nella scelta etica.
In Kierkegaard, a differenza di Hegel, non c’è mediazione, non c’è sintesi dialettica. Questo viene restituito nello spettacolo facendo muovere i personaggi in uno spazio dove le azioni che vengono compiute sembrano entrare se non i conflitto in contraddizione, una serie di azioni che si escludono a vicenda. Il movimento non porta mai a una sintesi ma a uno sviluppo della situazione fisica che necessariamente ne esclude l’altro.
Molto suggestive le situazioni presentate: la ragazza che cambia vestito se da un lato rimanda alla frammentazione dell’io che, secondo Kierkegaard, risulta da ogni scelta superficiale e sempre modificabile dell’esteta, mostra anche l’insoddisfazione e l’incapacità di fissarsi su un elemento per un lungo periodo di tempo (si tende sempre a trovare un nuovo vestito…).
Le cornici attraverso le quali il ragazzo parla al pubblico, anche se non ne sentiamo le parole, è un tropo potente ed evocativo.
La cornice è il confine tra ciò che scegliamo e ciò che lasciamo fuori, è anche un tentativo dell’essere umano di cercare una identità dalla forma precisa. Vista come un specchio visto dal dietro, è tropo di rispecchiamento, quello del personaggio ma anche quello del pubblico, evocando al contempo che ogni forma identitaria è un costrutto. In termini kirkergaardiani la cornice è anche metafora dell’esigenza dell’esteta di fare della propria vita un’opera d’arte… Potremmo andare avanti ma ci fermiamo qui.
Queste indicazioni che diamo sono naturalmente soggettive. Lo spettacolo sviluppato nei termini del teatro fisico propone suggestioni, azioni, energie, emozioni che hanno un effetto diverso su ogni singolo componente del pubblico.
La polisemia della messinscena ci sembra l’elemento più stimolante ed elegante dello spettacolo. Polisemia non significa naturalmente che allo spettacolo si può far dire tutto e il contrario di tutto, ma che ogni elemento presente in ogni scena, lungi dall’essere univocamente simbolico, è mosso da un’energia, una necessità psicodinamica, pre-logica, che appartiene al cervello limbico, quello delle emozioni e non quello neocorticale dove risiede la razionalità.
Pertiene più al pensiero divergente, a quello creativo, alla ricerca di soluzioni, piuttosto che a quello convergente, quello che deve scegliere concretamente. Un tributo al monito di scegliere, alla sua urgenza, alle sue possibilità, più che la proposta di una scelta già compiuta, una scelta ancora da fare.
Aut aut è uno quegli spettacoli che una volta visti si ricordano lasciando una traccia emotiva indelebile e del quale si esce arricchiti come persone.
Aut Aut
con Martina Grandin, Michelangelo Raponi, Alice Staccioli
Regia di Valentina Cognatti
Visto per voi al Teatrosophia di Roma giovedì 22 gennaio 2026
(26 gennaio 2026)
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