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HomeTeatro #VistipervoiLe Smirne di Lerici lontane da Goldoni ma comunque divertenti

Le Smirne di Lerici lontane da Goldoni ma comunque divertenti

L’impresario dello Smirne è stata scritta d Goldoni nel 1759 e rappresentata per la prima volta durante il Carnevale dell’anno dopo. Ridotta in prosa dallo stesso autore (la versione originale era in versi martelliani) è un testo intelligente nel quale Goldoni descrive il clima del teatro musicale a lui contemporaneo dando una rappresentazione critica dei e delle cantanti e di tutto il sistema di ingaggio del teatro a impresario.
L’intreccio, semplicissimo ed esemplare, vede un impresario turco che vuole mettere su una compagnia per uno spettacolo musicato da portare nelle Smirne. Ai tempi di Goldoni con  “le Smirne” (al plurale) si indicava l’Anatolia o tutta la Turchia per sineddoche, visto che Smirne (Izmir) è un porto commerciale punto di riferimento occidentale per tutta la regione.
Goldoni approfitta di questa dinamica professionale (l’impresario che vuole mettere su una compagnia) per mostrare, irridendole, diverse dinamiche professionali: la necessità lavorativa di tenori e soprani alla continua ricerca d’ingaggi, la loro mancanza di soldi quando non hanno un ingaggio, la presenza di protettori di cantanti spesso nobili, che dietro la passione amorosa nascondono l’intenzione di fare soldi alle spalle delle protette…
Infine la presunzione dei e delle cantanti, le cui pretese di un cachet astronomico sono pari solamente allo loro boria e a un prestigio percepito che credono possa manifestarsi esclusivamente tramite la paga e il ruolo (le cantanti voglio fare tutte la prima donna…). Goldoni in questa critica impietosa non risparmia nemmeno i cantanti che sono vanesi quanto le donne, così, nella scena seconda del quarto atto, quando al conte Lasca viene chiesta l’età, dopo che le cantanti Lucrezia e Tognina hanno fatto a gara ad abbassarsela, anche lui se l’abbassa suscitando i loro caustici commenti:

Lucrezia. E il signor Conte non dice niente?
Tognina. Sta lì come una statua.
Conte Lasca. Io ascolto ed ammiro.
Tognina. Noi parliamo degli anni. I suoi quanti saranno?
Conte Lasca. I miei?… ventitrè non finiti.
Tognina. Oh carino! ventitrè?
Lucrezia. Mettetegli il dito in bocca; vedete se ha fatto i denti.

Il commento del Conte è, a suo modo, esemplare:

Conte Lasca. Mah! giustizia per tutti. Se calano per voi, hanno da calare ancora per me.

Goldoni applica almeno 250 anni prima una sacrosanta parità di genere…

Ali, l’uomo turco venuto a fare l’impresario, viene fatto parlare da Goldoni con i verbi all’infinito, secondo un cliché che oggi può far storcere il naso ma, tralasciando lo scarto temporale, siamo qui di fronte all’origine del cliché che ha comunque un effetto comico sottile e ironico irresistibile.
Quando Alì si rende conto che la macchina da mettere insieme per allestire uno spettacolo musicale è costosissima se ne torna nelle Smirne rinunciando allo spettacolo lasciando giusto qualche soldo al Conte Lasca per risarcimento. La commedia si chiude con una considerazione saggia del Conte:

Figliuoli miei, di questo danaro, se è diviso in tanti, poco a ciascheduno può toccare. Sentite una mia idea, una mia proposizione. Lo terrò io in deposito; ci servirà di fondo, voi farete una società, si farà un’opera di quelle che diconsi a carato. Ciascheduno starà al bene e al male. Se anderà bene, dividerete il guadagno, se anderà male, spero non ci rimetterete del vostro.

Senza rinunciare all’ironia Goldoni spiega al suo pubblico i vantaggi del teatro a carato su quello a ingaggio. D’altronde Goldoni forniva delle note di lettura alla pubblicazione delle sue commedie che non erano pensate solamente per la messinscena ma proprio per la lettura.
Nell’introduzione alla commedia Goldoni, tra l’altro scrive:

Alcuni fanno gl’Impresari per una specie di necessità, e sono quelli che possedendo qualche Teatro, per profittare della rendita considerabile di un tal fondo,
fanno andare l’impresa per loro conto, e sovente vi rimettono, oltre il profitto de’ palchetti, qualch’altra parte del patrimonio.
Altri lo fanno per un’inclinazion generosa di divertir se stessi ed il Pubblico, e
questi ci rimettono più degli altri. Vi sono di quelli che si lasciano indurre a farlo dalle lusinghe di un’amabile Virtuosa, la quale, non trovando chi voglia darle il posto di prima Donna, induce l’Amico ed il Protettore a prendere sopra di sé l’impresa d’un’Opera, e lo sagrifica alla sua vanità ed al suo interesse.
Molti lo fanno, sedotti dalla lusinga dell’utile, alla persuasione di quelli che fanno i sensali di tal genere di mercanzia, e danno loro ad intendere, che non vi è danaro meglio investito, in tempo che non vi è danaro più sicuramente perduto. Altri finalmente lo fanno per disperazione, non avendo niente da perdere, e colla speranza di guadagnare, e se le cose van male, s’impossessano della cassetta, piantano l’impresa, e lasciano i Musici nell’imbarazzo. Tutte queste differenti qualità d’Impresari
convengono in una cosa sola: grandi e piccioli, ricchi e poveri, generosi o venali, tutti accordano, e provano, e si lamentano, che un’impresa d’Opera in musica è il più grande, il più fastidioso e il più pericoloso degl’imbarazzi.

Goldoni, come al solito, offre diversi spunti di lettura per le sue commedie da poterle portare a teatro oggi anche con una messicana non necessariamente filologica.

La compagnia del tetro Belli di Roma sceglie di trasportare la storia agli inizi del 900 innestandone la storia nelle premesse di un’altra commedia goldoniana, di qualche anno prima, il Teatro Comico (1750).
Nell’adattamento di Carlo Emilio Lerici l’innesto cambia il quadro narrativo di riferimento e Ali, il turco da quale farsi ingaggiare, diviene un escamotage dell’impresario, a corto di soldi, per indurre la compagnia ad accettare una riduzione del compenso.
Ali, in Lerici, è dunque un personaggio fittizio, interpretato dall’impresario della compagnia, sotto mentite spoglie, avendo come fonte  la commedia plautesca, o, se vogliamo cercare in tempi più recenti, il Cabaret.
Quella di Lerici è una vera e propria riscrittura che al testo originale sovrappone il gusto per un teatro comico più vicino al varietà novecentesco, pescando a piene mani al repertorio di topoi e cliché del caso.
Quel che in Goldoni era un lavoro di critica ironica senza sconti, con notazioni sottili e sofisticate (come quella sul gioco a levarsi gli anni) in Lerici viene sacrificato e trascritto  in elementi più facilmente riconoscibili dal pubblico di oggi.
Così via la notazione di genere, ad essere vanesie sono solamente le donne.
Ancora l’equivoco culturale di Alì, in Goldoni, che confonde la voce tenorile di Carluccio in quella di una voce bianca, con tanto di allusione alla sua condizione di eunuco, in Lerici si capovolge di significato e l’effeminatezza non sta nell’orecchio di Alì ma proprio nel personaggio di Carluccio, interpretato, peraltro in maniera egregia, da Roberto Tesconi che si è ispirato ai personaggi di Alessandro Fullin.

Questi rimaneggiamenti del testo originale, dei quali non si sentiva davvero la necessità, son naturalmente sempre possibili, ma forse sarebbe stato meglio presentare lo spettacolo come L’impresario delle Smirne tratto da Goldoni.

In questa riscrittura ci sono anche alcuni elementi, alcune aggiunte felicissime. Così Maccario, l’autore che dovrebbe fornire all’impresario un testo nuovo, parla come se declamasse, leggendo anche la punteggiatura (idea molto in linea con il personaggio e con Goldoni stesso).
Ogni attore e ogni attrice della compagnia Belli sa il fatto suo e sostiene il proprio personaggio con grande convinzione ed efficacia. Su tutti primeggia Gigi Savoia, che interpreta l’impresario, napoletano, e dunque anche Alì.
E lì il genio dell’interprete emerge incontenibile.
L’interpretazione di Alì di Savoia è un omaggio al grande Totò, così quel quanto voler di Goldoni, che Alì chiede a chiunque lo viene a trovare (riferendosi al cachet) con Savoia diventa Quanto vola detto con la stessa intenzione di Totò quando interpreta l’ambasciatore del Catanga (cosa vola?) in Totò truffa 62.
Savoia si inventa anche alcune battute talmente esilaranti da far ridere a scena aperta anche uno degli attori, e quando, per darsi contegno, Ale si accinge a fumare il narghilè Savoia dice, proprio al Carluccio effeminato, tu aspedda che io faccio pippa, voi fare pippa anche tu? e Carluccio,  vergognandosi, si gira dall’altra parte…
Insomma non sarà Goldoni ma si ride di gusto.
Goldoni mal sopportando il teatro della commedia dell’Arte lo risistemò  completamente:  differenza della tradizione, i suoi  spettacoli avevano un testo scritto e non erano improvvisati come succedeva di solito, traendo le situazioni e le battute da un repertorio noto tanto agli e alle interpreti quanto al pubblico, ancora le situazioni presentate non erano generiche e universali ma erano sempre erano legate alla contemporaneità storica.  Lerici approccia Goldoni come fosse una sorta di commedia dell’Arte,  riducendo il testo originale a un teatro più riconoscibile e fruibile per il pubblico che così ride senza fatica.
E quando il pubblico apprezza la critica tace.


L’IMPRESARIO DELLE SMIRNE
di Carlo Goldoni
regia Carlo Emilio Lerici
con
Gigi Savoia e Francesca Bianco
e con
Fabrizio Bordignon, Francesca Buttarazzi, Giuseppe Cattani, Alessandro Laprovitera, Paolo Perinelli, Alessandra Santilli, Susy Sergiacomo, Roberto Tesconi

Costumi Annalisa Di Piero – Scene Marilena Maddonni – Musiche Francesco  Verdinelli

Produzione TEATRO BELLI DI ANTONIO SALINES – ERGO SUM

 

Visto per voi al teatro Arcobaleno di Roma il 10 gennaio 2025.

 

 

 

 

(18 gennaio 2026)

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