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Il gabbiano di Checov non vola alto

La famosa casa di campagna, che apre uno dei testi più famosi di Anton Checov Il gabbiano, è alla vista del pubblico che entra in sala. Sipario aperto. Lo sfondo di montagne e il lago ai loro piedi, un albero argentato sulla sinistra, un grande telo bianco che cade dall’alto. In scena c’è già Maša (Enrica Cortese), davanti a un tavolino con un computer portatile, una telecamera e varie sedie e sdraio per il relax degli ospiti.

Scritto da Čechov nel 1895, per sua stessa ammissione «andando contro le convenzioni teatrali in un modo terribile», Il gabbiano fu accolto, alla sua prima rappresentazione, da un fiasco clamoroso. La poesia racchiusa nel testo, quel suo mondo di amori non corrisposti e illusioni perdute non vennero compresi. Tanto che Čechov pensò seriamente di abbandonare per sempre la scrittura teatrale. Fortunatamente, già dalle repliche successive, le reazioni del pubblico furono via via più favorevoli e un vero e proprio trionfo salutò, due anni più tardi, la produzione diretta da Stanislavskij.

L’opera rimane uno dei testi più contemporanei dell’autore russo, al punto di spingere il regista dell’adattamento in scena al Teatro Argentina di Roma, Filippo Dini, a spostare in avanti nel tempo l’azione. I personaggi, di età diverse e legati da vincoli familiari e no, si ritrovano casualmente nella famosa casa di campagna, il luogo dove prende corpo e sostanza il fallimento collettivo. Tra loro emerge con forza la vicenda di Kostja (Giovanni Drago), un giovane che sogna di riscattarsi attraverso l’arte della scrittura, sostenuto e infiammato dall’amore per Nina (Virginia Campolucci), una coetanea che aspira a diventare attrice. Da qui parte la narrazione, non solo con il testo recitato, ma anche attraverso canzoni intonate dai protagonisti e continue incursioni in platea ad allargare lo spazio scenico.

Il sogno di vivere delle proprie aspirazioni si infrange in un pomeriggio estivo, quando Kostja mette in scena il suo testo teatrale, interpretato proprio dall’amata Nina. Filippo Dini opera una scelta precisa. La parte di metateatro ideata da Checov viene affidata alla realizzazione di un giovane regista, Leonardo Manzan, due volte vincitore della Biennale di Venezia nel 2018 e nel 2020. Il telo bianco che cade dall’alto, si trasforma nello schermo dove vengono proiettate in tempo reale le immagini riprese dalla telecamera di scena, inquadrando attori e platea illuminata, lasciando spazio all’interpretazione di Nina, anche in questo caso, grazie a passaggi continui tra palco e sala, per poi estinguersi di colpo, interrompendosi nel nulla e segnando la fine di ogni aspirazione, non solo quella di Kostja e Nina, ma di tutto il gruppo.

L’umanità rappresentata ne Il Gabbiano vive di rimpianti e di ambizioni frantumatesi di fronte alla realtà. Kostja è figlio di un’attrice famosa, Irina Nikolaevna Arkadina (Giuliana De Sio), fidanzata con uno scrittore famoso più giovane di lei, Boris Aleskseevič Trigorin (interpretato dallo stesso Filippo Dini). Lo scrittore si innamora a sua volta della giovane Nina e da qui scaturiscono le dinamiche degli amori non corrisposti, falliti, improbabili, che sono il motore del dramma cecoviano.

Su tutto però subentra una strana sensazione di straniamento: pur conoscendo e riconoscendo il testo, non si riesce a entrare pienamente nell’azione scenica. C’è un flusso continuo di battute frenetiche, urlate, agitate che rischiano di far perdere il senso della parola. Kostja, per esempio, è preda di una perenne nevrosi al punto di risultare poco credibile e di cancellare il tormento di un uomo che si scontra con una realtà ostile e con l’insuccesso delle sue aspirazioni fino al suicidio, ultimo atto di una parabola che dalla passione conduce al silenzio. E perché ancora il balbettio di Boris Aleskseevič Trigorin, a mio avviso non funzionale alla narrazione?

L’attenzione si concentra molto sulla bella scenografia e sui cambi di scena grazie a pannelli mobili riflettenti; il pubblico dirige lo sguardo sull’azione degli attori, però poi arrivano le parti cantate a terremotare (volutamente?) tale concentrazione. Ci sono le esecuzioni riarrangiate di I Still Haven’t Found What I’m Looking For degli U2 e di Skyfall, resa celebre dall’interpretazione di Adele, quest’ultimo brano nella scena suggestiva del matrimonio di Maša con l’odioso professore Semen Semenovič Medvedenko (Edoardo Sorgente). Però resta sempre nel limbo del dubbio la funzionalità di tale scelta registica.

Filippo Dini si misura con uno dei grandi classici del teatro, che narra di una società alla fine in cui già si avverte l’arrivo del cataclisma sociale e politico che è stata la Rivoluzione Russa, lo fa dunque attualizzando il testo in un tempo contemporaneo. «L’immortalità di questo testo, e la sua bruciante contemporaneità, stanno nella descrizione di un’umanità alla fine: una società sull’orlo del baratro, che percepisce l’arrivo di un’apocalisse destinata a spazzare via il mondo così come lo abbiamo conosciuto. Di lì a pochi anni, infatti, arriverà la Rivoluzione, e con essa tante altre rivoluzioni in Europa — cause o effetti di una stessa crisi profonda – dichiara Filippo Dini – Tutta la drammaturgia di Čechov racconta una fine imminente. I suoi personaggi sono un popolo di ombre che tenta di resistere alla malinconia, alla tristezza, al torpore dell’anima. Lottano, si scontrano, si feriscono — tra di loro e con se stessi — per non soccombere. Le somiglianze con la nostra epoca sono straordinarie e sconfortanti.” Il risultato però è una pièce che non decolla mai veramente.

Il gabbiano
di Anton Čechov

traduzione Danilo Macrì

regia Filippo Dini

con (in o.a.) Giuliana De Sio (Irina Nikolaevna Arkadina), Giovanni Drago (Kostantin Gavrilovič Treplev), Valerio Mazzucato (Petr Nikolaevič Sorin), Virginia Campolucci (Nina), Gennaro Di Biase (Il’ja Afanas’evič Šamraev), Angelica Leo (Polina Andreevna), Enrica Cortese (Maša), Filippo Dini (Boris Aleskseevič Trigorin), Fulvio Pepe (Evgeneij Sergeevič Dorn), Edoardo Sorgente (Semen Semenovič Medvedenko)

regia della scena lo spettacolo di Kostja Leonardo Manzan

dramaturg e aiuto regia Carlo Orlando

scene Laura Benzi

costumi Alessio Rosati

luci Pasquale Mari

musiche Massimo Cordovani

foto e video Serena Pea

produzione TSV – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale,

Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale

si ringrazia per la preziosa collaborazione Fabbro Lamecca Design

Visto per voi al Teatro Argentina di Roma il 9 gennaio 2026.

 

 

(12 gennaio 2026)

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