È possibile stabilire una connessione analogica con persone che non si vedono, che non sono lì con te? E si può fare questo tramite il teatro?
Alexander Devriendt – Ontroerend Goed
Handle With Care è una idea, folle e riuscitissima, della compagnia Belga di Gent Ontroerend Goed.
La compagnia invia al teatro dove si svolge lo spettacolo una scatola con delle istruzioni: posiziona la scatola sul palco, accendi le luci, metti dei bigliettini sulle poltrone per il pubblico. Da quel momento in poi, lo spettacolo si svolge da solo, senza attori o attrici, tecnici o tecniche, senza registi o registe.
Quando il pubblico entra in sala trova incollato con lo scotch sulla spalliera della poltrona un bigliettino che dice: Lo spettacolo inizia quando tutti/e hanno avuto il tempo di leggere questo e uno/a di voi apre la scatola.
Dopo che tutto il pubblico ha preso posto, mentre ci si guarda di sottecchi chiedendosi cosa mai andrà a succedere, ecco che due ragazze molto giovani ed emozionate prendono l’iniziativa e salgono sul palco, aprono la scatola e leggono le istruzioni.
Per la prossima ora tutto il pubblico, persone di tutte l’età e di tutte le estrazioni sociali, solidarizzano, partecipano, offrono assistenza, esprimo pareri e seguono le istruzioni.
Lo spettacolo è diviso in 10 scene ognuna con le sue istruzioni, alcune semplici lettere altre con materiali da disporre (filo, penne, mollette, cappellino) poster di stoffa di diversi metri da leggere e allestire sul palcoscenico contenuti in scatole più piccole. Poi alla scena 6, denominata 6 minuti di Caos, tutto il pubblico è chiamato a salire sul palco scegliere delle cartoline da una scatola ognuna delle quali contiene una istruzione di socializzazione.
Non entriamo ulteriormente nei dettagli delle istruzioni o delle scene per non rovinare la sorpresa a chi avrà la fortuna di partecipare allo spettacolo. Ma già da queste linee generali si apprezza il portato dell’operazione.
Intanto è uno spettacolo senza pubblico. Non c’è nessuno che guarda oltre alle persone coinvolte che partecipano.
Essendo uno spettacolo analogico – a un certo punto verrà usata una camera oscura (così è chiamata nelle istruzioni anche se in realtà si tratta di una camera oscura con foro stenopeico) – non essendoci cioè telecamere digitali che riprendono l’evento, implicando una diretta online, nessuno, nessuna, oltre alle persone presenti, sanno quel che succede o che è successo. Al di là della foto stenopeica non c’è traccia di quello che è successo se non nella memoria delle persone che vi hanno partecipato.
Questa è una caratteristica che il teatro ha in comune con la musica dal vivo.
Ogni rappresentazione è una cosa a sé. A differenza del cinema e delle registrazioni musicali, che sono sempre quelle e possono essere viste (o ascoltate) contemporaneamente, o no, in più parti del mondo.
Handle With Care (t.l. maneggiare con cura, il titolo emula la scritta che si trova sulle scatole di spedizione…) ci ricorda insomma l’importanza del qui e ora che, in un periodo di riproduzione tecnica del nostro vissuto personale reso pubblico dai social, ci restituisce l’insondabilità dell’attimo.
Lo spettacolo però lo fa non in materna solipsistica (anche se ogni partecipante avrà della serata una ricordo in qualche modo diverso) ma attraverso un procedimento collettivo: la partecipazione.
La partecipazione fisica allo stesso evento innesta tutta una serie nuova di dinamiche. Chiedendo ad ogni persona di leggere delle semplici istruzioni e di eseguirle, per quanto le istruzioni siano chiarissime (scritte in un italiano impeccabile scevro del maschile inclusivo, come potete constatare dal testo del bigliettino posto sopra le poltrone della platea) una imprecisione nella lettura (le due ragazze per esempio non si sono accorte che il primo foglio di istruzioni aveva anche un retro…) o una interpretazione personale delle istruzioni portano a uno slittamento nell’esecuzione che però conduce sempre allo stesso testo, show dopo show, replica dopo replica.
Questi “difetti” però non sono elementi spuri che disturbano la precisione dell’esecuzione ma inevitabili diversità che riguardano ogni persona che partecipa all’esperienza, ognuna con il suo bagaglio di conoscenze e di vissuto personale, e che fanno dunque parte integrante dello spettacolo nel suo svolgimento.
Così per esempio chi scrive, che è avvezzo alla visione di spettacoli teatrali, ha trovato le due ragazze che hanno aperto la scatola poco teatrali. Ci hanno messo troppo tempo a leggere le istruzioni e mentre le hanno lette ignoravano di essere su un palco dinanzi a un pubblico (quando si sta sul palco si deve sempre dare d’onde al pubblico contro il quale ci si staglia). Naturalmente questi “errori” son nell’occhio di chi guarda non di chi esegue.
Ancora, quando ci è capitato di salire sul palco e dare alcune indicazioni (ci avevano passato una delle scatole e abbiamo seguito le istruzioni) nonostante il cappellino che ci era stato chiesto di indossare dicesse not a director (non sono un regista) alcune delle persone partecipanti hanno chiesto con ironia sei sicuro di non essere il regista? Ogni volta che ce lo hanno chiesto abbiamo risposto indicando il cappellinoo e dicendo di no…
Infine quando le istruzioni ci dicevano di consegnare la scatola con la scena del caos a una persona del pubblico dopo aver chiesto dal palco se c’era qualche persona volontaria al silenzio che ne è seguito siamo scesi in platea a abbiamo scelto una persona in base a un personalissimo, magari anche futile, motivo: abbiamo scelto una ragazzo che aveva dei begli occhi.
Questa soggettività, che noi abbiamo la trasparenza di ammettere senza tema di (pre)giudizi, riguarda mutatis mutandis tutte le persone che hanno partecipato. Magari qualcuno avrà pensato di incaricare una persona che riteneva capace di gestire o di recitare o di organizzare, ma, non conoscendola, la sua scelta era aleatoria come la nostra basata su un bello sguardo (a onor del vero il ragazzo è stato un bravissimo esecutore della scena del Caos).
Alla fine dello spettacolo il gruppo/pubblico si è trovato coeso su almeno due diversi livelli. Intanto la reciproca assistenza; se qualcuno aveva difficoltà a fare qualcosa riportato nelle istruzioni, c’era qualcuno, qualcuna, che si offriva di aiutare (aiutare e non sostituirsi). E poi la confidenza: partecipare a questo tipo di esperienza non rende tutti e tutte subito amici e amiche ma attesa una confidenza che normalmente nelle platee del teatro borghese (quello con la quarta parete e la ferma separazione tra chi lo spettacolo lo fa e chi lo vede) come pubblico non ci permettiamo.
Così un altro ragazzo ci ha raccontato che nel biglietto che gli è stato detto dalle istruzioni di scrivere come messaggio che ritornerà alla compagnia belga, ha inserito anche il fatto che doveva andare in bagno fare la pipì. Alla fine dello spettacolo, tornati nell’atrio del teatro, due giovani donne del pubblico gli hanno chiesto divertite se avesse fatto pipì.
Una confidenza straordinaria che, al di là delle retoriche del socialismo utopico (quelle di Miracolo a Milano per intenderci) restituiscono la complessità delle persone, la differenza radicale delle singole personalità, eppure la straordinaria forza centripeta che ci accomuna e ci rende ancora capaci di comunicare nel qui e ora e non solo nell’iconosfera.
Alexander Devriendt in una intervista pubblicata sul sito della compagnia ha detto che le persone differiscono molto di più tra loro di quanto le culture differiscano tra loro. Ma allo stesso tempo, le persone hanno sempre più connessioni di quanto credano. E questa è forse la cosa più bella: che, nonostante tutte le differenze, quella connessione fondamentale è sempre presente.
Quando Giorgio Gaber scrisse che libertà è partecipazione non aveva in mente la partecipazione inclusiva a uno spettacolo che si fa insieme ma la libertà è lo stesso la caratteristica che ci ha guidato tutti e tutte in una esperienza comune e condivisa.
Un altro modo di intendere il rito collettivo che il teatro è e resta almeno dai tempi del teatro Attico.
Handle with Care è andato in scena al teatro Ateneo il teatro della prima università di Roma La Sapienza. Aggiungendo altro peso specifico alla sua peculiarità.
Al ragazzo con gli occhi belli avremmo dovuto chiedere il profilo Instagram.
Handle with Care
concept & creazione Alexander Devriendt, Karolien De Bleser, Samir Veen, Leonore Spee & Charlotte De Bruyne
design Nick Mattan & Edouard Devriendt
Visto per voi al Nuovo Teatro Ateneo di Roma il 18 novembre 2025
(28 novembre 2025)
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