Ismene è la sorella di Antigone che, nell’omonima tragedia di Sofocle, si sottrae all’invito a ribellarsi della sorella, convinta che la donna poco può contro il potere maschile (siamo tempra di donne, non fatte per duelli contro l’uomo).
Questo personaggio, nella tragedia Sofocle è poco più di uno strumento per esaltare la potenza di Antigone, che vuol fare prevalere il rispetto del leggi divine (la sepoltura del fratello Eteocle, negata dal re Creonte, suo zio) sulle ragioni di stato (Eteocle aveva combattuto contro suo fratello Polinice per rivendicare il trono alleandosi con a città d Argo).
Nella lettura classica della tragedia tramandata nei secoli Ismene è la sorella “civilizzata” integrata nelle nuove regole della polis, mentre Antigone è la sorella ribelle, quella che avoca le leggi primordiali del rito facendole prevalere su quelle della politica (nel suo senso letterale di vita nella città).
Se in passato il personaggio di Antigone ha ispirato molte rielaborazioni, teatrali e non, del mito (ricordiamo, tra le tantissime, quella dell’Alfieri, del 1783, e quella di Anouilh, del 1941) più recentemente il teatro e la letteratura si sono interessate anche a Ismene, dandole la possibilità di raccontare i fatti accaduti dal suo punto di vista.
Così fa il poeta greco Ghiannis Ritsos, che le dedica un poemetto, scritto tra il 1969 e il 1971, nel quale ci presenta una Ismene claustrofobicamente rinchiusa a palazzo, frustrata nella morte che le è stata negata (venuta a conoscenza della condanna a morte della sorella vuole morire con lei ma Antigone si rifiuta), rinchiusa nel ricordo di quel che fu e di quel che non è più, metafora del regime dispotico della Grecia dei colonnelli.
Nel 2005 la drammaturga olandese Lot Vekemans scrive il monologo Ismene, sorella di… nel quale la sorella di Antigone può respingere la lettura storica che per secoli l’ha voluta pavida, e far valere le sue ragioni di donna che alla violenza e alla disobbedienza sceglie una via altra.
Ancora più di recente Colm Tóibín dedica a Ismene, Pale Sister, ricollegando la guerra fratricida tra Eteocle e Polinice alla storia dei rapporti violenti tra Regno Unito e Irlanda. Nell’appena trascorso 2024 Eva Cantarella ha pubblicato per i tipi di Einaudi Contro Antigone, testo nel quale individua in Ismene il personaggio più bello, più nobile e degno della maggiore ammirazione.
È in questo orizzonte culturale, delineato, giocoforza, a tratti molto sommari, che si colloca Autodifesa di Ismene – elogio della sopravvivenza di Flavia Gallo, che ha debuttato nell’estate del 2023 al teatro Antico di Segesta e, dopo un’allestimento la scorsa estate alla Chiesa di San Nicola nel parco archeologico dell’Appia antica, approda al teatro Lo spazio.
Gallo si sottrae all’opportunità di fare una lettura contemporanea del mito, o, meglio, di rileggere il mito secondo le nostre contingenze e attua in questo suo testo una riscrittura del mito con un disinvolto sincretismo (nel testo ci si riferisce anche alla televisione) facendo di Ismene il personaggio della sopravvivenza, come ribadisce il sottotitolo.
Il testo ripercorre, cita, anticipa, riassume elementi del mito, ormai consumato, del quale restano solo rovine, mentre Ismene è ancora tutta in potenza, rinchiusa nella reggia insieme a un Creonte assente e invisibile
Una Ismene che mentre si chiede chi ormai lei sia dopo tanto tempo, e nomina e ricorda tutti i personaggi della sua tormentata famiglia, viene invitata e convinta ad agire, a lasciare il palazzo, a lasciare Tebe, a compiere il suo destino altrove.
Un invito all’azione dopo che i millenni hanno cancellato il palazzo di Creonte, la città di Tebe, ma non i rapporti di potere, né il rischio che la parola comporta ogni volta che viene detta sia quella di Antigone che quella di Edipo alla Sfinge.
Il testo riesce a rappresentare in scena la mitopoiesi nel muoversi di Ismene, nei suoi gesti, nei suoi ricordi, nella voglia di scrivere i nomi mentre il testo riscrive contenuti ed echi emotivi con grande forza espressiva, senza forzatura alcuna.
In tempi di incertezza come questi nostri scrivere un testo che ri-allestisca un mito rendendolo a portata di mano come garanzia, se non della resilienza, almeno della sopravvivenza allo schianto, ci sembra un fatto altrettanto politico delle riletture dei testi che abbiamo citato prima che si rifanno più esplicitamente alla contemporaneità.
La regia di Maccagnano imbastisce uno splendido rituale celebrato da Ismene, che si veste, si sveste, si cambia d’abito, danza, disegna, scrive, si dipinge il viso col rossetto, sostenuta da due figure che vegliano, esortano, agiscono intorno a lei (in un organico ridotto rispetto la versione estiva al parco dell’Appia antica).
Ismene ricorda, racconta, evoca – anche l’essere stata testimone dell’amplesso di Edipo (padre e fratello) con sua madre Giocasta, restituendo quella che Freud chiamava la scena primaria con magnifica efficacia. Ismene riassume i fatti e scrive i nomi dei personaggi della tragedia (tanto poi li cancello) arrivando a disegnare un volto sull’impiantito del palcoscenico, mentre la scenografia, tappeti, lampadari, elementi di arredo, viene smantellata lasciando Ismene da sola con la propria resilienza pronta ad andare in una nuova città dove non è destinata ad essere né regina né fondatrice.
Ismene è interpretata da una intensa e ieratica Luna Marongiu che si muove in un allestimento scenico elegante, ma dalla regia, di Cinzia Maccagnano, a tratti incerta, esitante, soprattutto per le due figure che affiancano Ismene (interpretate da Raffaele Gangale, Marta Cirello) che, in certi momenti, sembrano cercare un posto sulla scena che non trovano.
La partitura sonora pre-registrata, interessante nel suo proporsi come motore ritmico della messinscena, composta da brani musicali (tra quali spicca la splendida Chanson des Vieux Amants di Jacques Brel), suoni, rumori e percussioni, eseguiti anche dal vivo, in scena, quando vengono azionati alcuni bastoni, inibisce però la recitazione: il volume a tratti troppo forte sovrasta ogni interprete, costringendo a un’amplificazione che non sarebbe stata altrimenti necessaria.
L’impianto scenografico, e, anche, coreutico della messinscena, gli splendidi costumi, l’elegante partitura sonora, la forza sotterranea con cui Marongiu dà vita a Ismene, hanno però una loro profonda coerenza, efficacia e bellezza. Tutto sembra emanare da lei per poi scomparire quando Ismene decide di agire altrove. Per cui non si può certo dire che la messinscena manchi d’efficacia o che la regia non sia all’altezza della situazione.
L’Ismene di Flavia Gallo si guadagna a pieno titolo uno spazio nell’immaginario collettivo contemporaneo nel quale il suo personaggio si riscatta dal ruolo secondario in cui la Storia lo ha relegato finora.
AUTODIFESA DI ISMENE
di Flavia Gallo
regia Cinzia Maccagnano
con Luna Marongiu, Raffaele Gangale, Marta Cirello
Visto per voi al teatro Lo Spazio il 3 gennaio 2025
(8 gennaio 2025)
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