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HomeTeatro #VistipervoiUn canto del cigno indimenticabile

Un canto del cigno indimenticabile

[i cigni] (…) quando si accorgono che bisogna che essi muoiano, pur cantando anche nel tempo di prima, allora proprio cantano moltissimo e benissimo, essendo contenti perché stanno per andarsene presso il dio del quale sono ministri.
Platone  (Fedone, 84e-85b)

ll canto del cigno, che ha per sottotitolo Calcante, è un atto unico scritto da Anton Čechov nel 1887, a 26 anni.
Il testo, di poche essenziali pagine, ha per protagonista Vasilij Vasil’ič Svetlovidov, un attore che si dice vecchio (ha 68 anni) e che si risveglia nel suo camerino dai sopori dell’alcool bevuto in occasione di una serata in suo onore, ancora in abito di scena (ha interpretato Calcante un personaggio dell’opera buffa La bella Elena con musiche di Jacques Offenbach).
Mentre scopre di essere stato chiuso dentro il teatro dai suoi due assistenti – che non si sono nemmeno accorti si fosse addormentato in camerino – incontra sul palco vuoto Nikita Ivanyč l’anziano suggeritore che lo accompagna da sempre, spaventandosi perchè non lo riconosce subito, il quale, di nascosto, dorme a teatro non avendo altro posto dove andare.
Su queste brevi coordinate narrative Checov riesce a inquadrare in un testo di poche pagine la vita di un attore sia dal versante privato che da quello professionale.
Svetlovidov non segue l’invito del suggeritore a tornare a casa perchè a casa non ci vuole tornare (là sono solo… non ho nessuno, Nikituška, né parenti, né moglie, né figli… Solo come un cane…). Ricorda quando, in gioventù, si era innamorato di una ragazza che lo corrispondeva che gli chiese di abbandonare il teatro  (Capisci? Lei poteva
amare un attore, ma esserne la moglie, mai!).
Una dedizione all’arte della recitazione che nei suoi 45 anni di esperienza lo hanno portato ad aprire gli occhi anche nel rapporto col pubblico Svetlovidov dubita dei loro applausi e del loro affetto (il pubblico mi applaude, spende un rublo per le mie fotografie, ma io gli sono estraneo, per loro sono fango, quasi una cocotte!… Cercano di conoscermi, per vanità, ma non si abbassano a tal punto da darmi in moglie le proprie sorelle, le figlie… Non gli credo! Non gli Credo!).
La consolazione di essere un grande attore (Dove ci sono arte e talento, non esistono né vecchiaia, né solitudine, né malattie, e persino la morte conta per metà…) lo sostiene solo qualche istante, per lasciare posto alla consapevolezza di un bilancio negativo (Che talento m’illudo mai d’avere? Sono un limone spremuto, uno straccio, un mucchio di ruggine, e tu un vecchio ratto di teatro, un suggeritore…).
Gli rimane il ricordo di un talento speso a interpretare i personaggi più importanti della letteratura teatrale, che ricorda ad alta voce, riproponendo brani di un personale regesto coadiuvato dal suggeritore che gli dà le battute dei comprimari,  trasformandosi in Boris Godunov, Otello, Re Lear, Amleto.
Il ruolo di Svetlovidov viene considerato una delle più squisite prove d’attore. In Italia vi si sono cimentati in passato Memo Benassi, Glauco Mauri e Mario Scaccia.
Ugo Pagliai, dopo aver affrontato il testo di Cechov come reading in occasione del ricevimento del Premio Pistoia Teatro, lo scorso settembre,  approda al teatro di Villa Lazzaroni a Roma.
Pagliai sfronda il testo dei tratti naturalistici. Svetlovidov non indossa il costume di Calcante, non rievoca gli spazi del testo (il camerino, la buca del suggeritore, il palco vuoto) che sono delle mere astrazioni testuali.
Questo permette da un lato le piccole aggiunte al testo che Pagliai si concede, la citazione dal Fedone di Platone, messa in esergo a questa recensione, che ci sembra molto pertinente, o l’aggiunta di un brano tratto dal Romeo e Giulietta di Shakespeare, dall’altro permette a Pagliai di sottrarsi a ogni determinismo scenico e permettere alla sola recitazione di evocare storie, personaggi, atmosfere e registri.
La bravura di Pagliai è infinita perchè con la voce e le sue inflessioni, e con l’autorevolezza della sua persona, sia che conferisca con un teschio appeso in scena, o sieda al tavolo di lavoro pieno di libri e copioni, unico altro elemento di scena, dà vita alle battute che recita con l’impostazione della voce e un’energia prive di qualunque affettazione, dove la parola sembra vivere per una forza che deriva direttamente dal personaggio e non dall’attore.
Una recitazione tutta al servizio del testo e del personaggio e dove l’eredità dell’attore mattatore della scena lascia posto a una bravura centellinata con la quale Pagliai abita il personaggio che interpreta e ne è a sua volta abitato.
Una prova che emoziona e conforta perchè ci mostra come la bravura non sia una questione fisica, costretta a consumarsi con l’età, ma sia una questione di spirito, d’esprit,  che si ha o non si ha e che non si impara e nessuno può portarci via. Che ci mostra anche che la bravura non richiede mai una prova evidente ma rimane tutta dentro il personaggio che non viene mai sacrificato per nessuna dimostrazione di eccellenza.
Un talento che trova energia nel proprio ingegno e che si consuma nella curiosità di scoprire dentro di sé qualcosa d’altro e di diverso da quel che si è come persona,  che Pagliai sperimenta per sé e per il pubblico.
Pagliai è affiancato da Tommaso Garrè che, diversamente che in Cechov,  incarna una versione giovane del suggeritore Ivanyč, scelta che finisce per far emergere ulteriormente la figura di Pagliai, lasciando che il suo talento riempia l’intero spazio scenico.
La platea del teatro di Villa Lazzaroni applaude rumoreggiando caldamente, consapevole di avere assistito a un momento irripetibile per il quale vale la pena dire fermati attimo sei bello.

Il canto del cigno
di Anton Cechov

con Ugo Pagliai e Tommaso Garré
consulenza artistica di Tommaso Pagliai
musiche a cura di Dario Arcidiacono
Visto per voi al teatro di Villa Lazzaroni di Roma il 21 febbraio 2026

Visto per voi al Teatro Bellidi Roma il 21 febbraio 2026

(25 febbraio 2026)